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C’era una volta, e c’è ancora, una coppia di sposi. Sempre sposi. Un lunghissimo tratto di vita insieme, sessanta intensi anni. Sempre insieme.
Ad ogni ricorrenza si aggiungeva un nuovo componente della famiglia, che pian piano aumentava con il crescere degli anniversari. Prima i figli, poi i nipoti, infine i pronipoti. E la tavola, sempre pronta, ogni volta aggiungeva un posto. E ci si stringeva.
Arrivò l’anniversario delle nozze di diamante. La sposina immaginava di trascorrere quella giornata in modo semplice ma intenso. Non pranzi al ristorante né serate impegnative. I due decisero di recarsi nella scuola materna della piccola pronipote e trascorrere con lei e i suoi compagni qualche momento di pura gioia. Portarono doni per tutti i bambini e si lasciarono contaminare dalla loro felicità. Furono canti, auguri, applausi. Un festeggiamento inusuale, ma tanto gioioso. I bambini sanno donare ciò che nessun negozio o gioielleria può contenere nelle proprie vetrine.
Poi a casa, con la famiglia costruita insieme, inondati dall’affetto di figli e nipoti. Al termine della giornata felice, inaspettatamente, lo sposo si sentì male. Non riusciva a respirare. L’ambulanza lo portò via, nella notte tiepida di fine settembre. E la sposa, seduta sulla poltrona del soggiorno, pregava perché tornasse presto a casa, stringendo al petto la foto che li ritraeva insieme in riva al mare e che aveva come immagine del suo profilo sul telefono.
L’atmosfera familiare fin lì felice si trasformò in un sordo ed intenso dolore, stupore incredulità, una sorta di miscela esplosiva.
I giorni che seguirono trasformarono completamente la vita della coppia innamorata. Le cure necessarie alla sopravvivenza ridussero la libertà e l’organizzazione di tutti, con una sofferenza impegnativa per lo sposo che voleva riprendere la sua vita di sempre, lavorare e produrre per la sua grande famiglia.
Ci fu la ripresa, ma fu monca. L’autonomia che sempre aveva caratterizzato la vita dello sposo venne meno. Occorreva prestare attenzione, la fragilità ormai aveva preso il posto della sicurezza di qualche tempo prima. Anche la serenità aveva ceduto il passo alla preoccupazione costante. Alle paure della sposa corrispondeva il mugugno dello sposo. Una nuova tensione alleggiava tra i due, generando disorientamento nel resto della famiglia. Non fu facile affrontare la nuova vita a cui nessuno dei due era preparato. Ma tra nuove limitazioni e timidi progressi, si andò avanti.
I timori di una ricaduta non tardarono a manifestarsi. Accadde ancora. Le porte dell’ospedale si aprirono di nuovo e per un tempo più lungo. La paura tornò a devastare, come un’esplosione dinamitarda, la vita già provata dell’intera famiglia.
Le condizioni di salute questa volta apparivano più gravi, facendo presumere l’imminente fine. Era dicembre e le luci natalizie che illuminavano strade e piazze apparivano tristi e fuori luogo. La grande preoccupazione riunì tutti i familiari, facendo tornare chi viveva lontano, e insieme, come tutte le prove difficili affrontate in passato, si impegnarono per garantire la propria assistenza e il proprio amore ai due sposi separati.
Sembravano di carta velina. Delicati come ali di farfalla. Occorreva maneggiare entrambi con estrema attenzione. Una pressione maggiore li avrebbe sgretolati definitivamente. Questo nuovo senso dell’ineluttabile bloccava il respiro e rendeva più faticoso ogni gesto, ogni pensiero. Una sorta di sospensione nella quale galleggiavano tutti. Furono giorni difficili. Occorreva bilanciare le forze fisiche e mentali, mantenere l’armonia, evitare i crolli e gli scontri. Era necessario per mantenere in vita gli sposi e la loro famiglia.
Ma come spesso accade, quando si spegne il fragore dell’esplosione, un po’ alla volta riaffiora il profilo delle cose. Il diamante resistette all’esplosione. Lo sposo, il padre, il nonno, il bisnonno, impegnò tutto il suo coraggio per migliorare e garantire ancora il proprio amore alla sua grande famiglia.
Tornò a casa.
E fu Natale. E tutti insieme salutarono l’arrivo del nuovo anno.
Nency
E’ lì che accarezza il lenzuolo bianco e ruvido. Seduta sul bordo del letto in una corsia di ospedale, Angela è persa nei suoi pensieri avvolti da una candida chioma bianca. Umetta il filo tra le labbra e cerca di infilarlo nella cruna dell’ago. Prende il lenzuolo tra il pollice e l’indice e comincia a infilzare l’ago, lo tira verso l’alto facendo allungare il filo e di nuovo trapassa il tessuto verso il basso. Riprende la punta dell’ago dall’altro lato del lenzuolo e tende ancora il filo sentendone la robustezza. Così per tutto il giorno, su e giù con l’ago e con il filo, disegnando corolle di fiori e arabeschi di steli e di foglie. Angela ricama tutto il giorno, confusa nel bianco della sua camicia da notte e accecata da quello della
C’era una volta un grande giardino ricco di una folta e varia vegetazione, abeti, pini, una quercia e alberi da frutta: un prugno, un ciliegio, un melo, un pero, un noce, un castagno. Nascosta tra salici lussureggianti una villa a più piani, aveva l’aspetto di un luogo romantico e festoso. Le finestre erano abbellite da tendine con ricami delicati e nastri colorati, sui davanzali edera e piante fiorite. Circondava il giardino una siepe alta a difesa dell’intimità degli abitanti. Un
“L’ho vista, l’ho vista!” gridò all’improvviso Matilde che scrutava il buio della notte dalla finestra della camera da letto. Il tono concitato e ansioso ci svegliò e con un balzo dai letti fummo accanto a lei. “Dove, dove? Dov’è?” chiese Lisetta, la più piccola di noi. Matilde indicò il punto esatto con il suo dito, generando una certa agitazione in noi altre.
Con i nasi incollati ai vetri, eravamo tutte lì: Ilde, Matilde, Agnese, Elsa, Loretta e Lisetta, a guardare in direzione della luna
Cammino pensierosa per le vie del centro, è Dicembre, non ci sono ancora luminarie nella mia città, di tanto in tanto in qualche vetrina scorgo l’abete ecologico addobbato. Mi fermo a guardare “ finalmente “ penso, osservo le lucine intermittenti e gli oggetti un po’inusuali che Giulia la vetrinista ha appeso ai rami folti: folletti, lanterne, fiocchi di pannolenci, abitini per le bambole. E’ bello nel suo genere e siccome completa, accanto al caminetto spento la scenografia della vetrina
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