Partendo dall’inizio.
La parola città deriva dal latino “civitas”, che significa "condizione di cittadino" o "insieme di cittadini". Dalla stessa radice deriva anche la parola civiltà.
Se “civitas” indicava l'insieme delle persone e dei diritti della comunità politica, in seguito, per metonimia, il termine ha iniziato a indicare il luogo fisico e l'aggregato urbano.
Luoghi e comunità.
Spazi e occasioni di incontro.
Aree fisiche e geografie d’anima e di sentimenti.
Non passa inosservata la stella polare delle definizioni di città, da cui le complementari hanno tratto origine e intorno a cui si è “edificato” il significante di città/comunità proposto da uno degli intellettuali visionari più importanti che la storia italiana abbia avuto: Adriano Olivetti. Nel suo Città dell’Uomo, ha affidato al cittadino una riflessione profonda, una programmazione sulla comunicazione urbanistica, un vademecum di consapevolezza dell’abitare. In senso esteso.
Non solo le stanze di pensiero civiche, in onore del Movimento Comunità (di protesta e testimonianza) ma anche la disamina (di generale e particolare) di un percorso nella storia passata che è, tuttavia, quanto mai attuale.
Ne Il cammino della Comunità, nella fattispecie, ha concentrato il profilo lucido di deficit e, contestualmente, necessità d’azione degli anni che ha attraversato: “La nostra è una protesta contro il regime dei partiti ma insieme una testimonianza, atta a dimostrare che è possibile dar vita al nuovo sistema, capace di dare finalmente libertà e benessere a tutti gli italiani, di interpretare le più profonde, naturali, umane aspirazioni del nostro popolo. E così all’alba di un mondo che speravamo nuovo, in tempi difficili e duri, molte illusioni sono cadute, molte occasioni sfuggite perché i nostri legislatori hanno guardato al passato e hanno mancato di coerenza e di coraggio. Riconosciamo francamente una mancanza di idee, una carenza di uomini (…)”.
Una città esprime la sua vocazione di espressione slegata, per chi la abita, che Olivetti ha tradotto così: “Affinché la persona sia libera e riesca a possedere un valore spirituale assoluto, infinitamente più importante e infinitamente più alto di ogni valore dell’ordine economico e politico, occorre che lo Stato esista per l’uomo e non già l’uomo per lo Stato”.
Ma cosa serve, realmente oggi (come allora!) perché chi sceglie di perdersi ancora nelle mura del proprio genoma cittadino, non debba desiderare di prenderne le distanze, per salvarsi dalle macchinazioni di principio, prive di valori o alle quali è comunque impossibile aderire?
Non ha dubbi l’autore, che propone un documento lineare, aperto e pieno di prospettive: “Comunità è un movimento che tende a unire, non a dividere, tende a collaborare, desidera insegnare, mira a costruire, non dividere ma esaltare i migliori, proteggere i deboli, sollevare gli ignoranti, scoprire le vocazioni. La nostra Comunità dovrà essere concreta, visibile, tangibile, né troppo grande, né troppo piccola, territorialmente definita, dotata di vasti poteri, che dia tutte le attività con l’indispensabile coordinamento, quell’efficienza, con il rispetto della personalità umana, della cultura e dell’arte”.
Una cifra che esclude marginalità e solitudini, che confina i protagonismi vuoti e che colloca la rinascita nella ricerca del bene e pone al centro di ogni interesse l’Uomo: “La nostra speranza consiste nella vita in cui la lotta non sia per il denaro o il potere, ma in uno sforzo per il bene della comunità, per la vita e l’affermazione dei suoi figli migliori, nella costruzione di un’altra antica civiltà. E ciascun uomo saprà di essere parte di un corpo più grande di lui. Noi guardiamo all’uomo, sappiamo che nessuno sforzo sarà valido e durerà nel tempo se non saprà educare ed elevare l’animo umano, che tutto sarà inutile se il tesoro insostituibile della cultura, luce dell’intelletto e lume dell’intelligenza, non sarà dato a ognuno con estrema abbondanza e con amorosa sollecitudine. Noi attendiamo il riscatto dell’uomo”.
Se è capitato a chi legge, almeno una volta, di guardarsi intorno con nostalgia e di oltrepassare asfalto e muri della propria città, accogliendo vuoto e pienezza, luce e ombra, colori e sfumature e voci, sguardi, e di desiderare che il tempo potesse restituire la magia di un profumo che solo un determinato angolo della propria struttura cittadina ha sempre offerto, allora abbraccerà gelosamente anche queste parole: “La verità non si può imprigionare in formule parziali, sempliciste e astratte ma deve dare luogo a una sintesi creativa dove quanto è vivo e vitale (…) trovi una nuova e più felice espressione”.
A chi scrive, è capitato di osservare, nel corso del tempo, (in modo più o meno consapevole), le mutazioni nel capoluogo regionale lucano, nella nobile città di Potenza. Ebbene, nell’attraversamento di quegli stessi solchi proposti dall’ispirazione primaria (e irrinunciabile!) olivettiana, è possibile affermare che la struttura comunitaria, in senso ampio, abbia seguito quella cittadina, non mostrando ritardi nel rincorrersi, ma aderendo alle sfide della storia.
Il tessuto umano si è ampliato, quello sociale ha diversificato le esigenze, i sogni, i limiti e le rappresentazioni.
La lentezza ha lasciato il passo a una velocità, esasperata sebbene spesso superflua, a parere di chi ha “guardato”.
La somministrazione di servizi ha finito per diventare una vera e propria connotazione identitaria.
Quella culturale ha senza dubbio accolto la proposta di nuovi linguaggi in vecchi luoghi; ha destrutturato i destini di centralità e periferia, in uno scambio di opposti, che ha insegnato agli scettici che la marginalità non è necessariamente riconducibile all’assenza di risorsa e di meraviglia.
La città è un cantiere di ricordi e di desideri. Necessita, come accade ovunque, di un rafforzamento del criterio di accoglienza della diversità di ciascuno dei suoi “figli”: di chi la abita, di chi la vive, di chi la ri-costruisce.
Virginia Cortese