Aprire il fuoco

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Dinamite e letteratura s’incontrano per esempio una volta sotto un traliccio a Segrate. L’avevo scritto già, in apertura di un pezzo di una serie che avevo in mente, per queste stesse colonne, intorno alla morte di Giangiacomo Feltrinelli. I pezzi pubblicati, per ora, sono fermi a due ma la storia, certo, è ben lungi dall’essere conclusa. E chissà che non la riprenda, prima o poi, magari in uno dei prossimi momenti nei quali non avverta più critico, più stridente, lacerante, diciamo le cose come stanno, lo scrivere sugli scritti o sullo scrivere, che è il passatempo che mi invento per questa rivista, e il vivere la realtà che conosciamo. Realtà divenuta abnorme.

Tacere sarebbe meglio, certo. Meglio ancora, agire. Quella volta, intendo la volta dei pezzi intitolati Luce. Una storia in costruzione, partivo al solito non dal fatto in sé, ma dal fatto per come e perché scritto. Nello specifico, da un libro pubblicato nel 1974 per i tipi di Guaraldi e subito ritirato dal mercato dal suo stesso editore. Libro e fatto di quelli dei quali non solo oggi mi pare che nessuno, in questo Paese, abbia voluto fare tesoro, ma che addirittura mi pare che a nessuno interessino proprio più. È una generalizzazione questa, lo so bene, che si presta per sua natura a critiche, e il fatto è che mi aspetterei proprio, e mi piacerebbe, che qualcuno addensasse oppure opponesse le sue di righe alle inutili mie, magari principiando pure con un “Caro signore...”. Ma è difficile che accada. Ecco.

 

Gelatina.

Dinamite e letteratura, certo ripuliti dal fango, dalle erbacce, anzi senza traccia alcuna di bruciature, di sangue secco attorno a ferite d’amputazione conseguenze naturali d’una detonazione apparentemente mal governata, si incontrano nei salotti buoni e, per quelle vie, nei saloni reali, sotto gli occhi dei soliti benevoli ammiccanti riflettori, ogni anno, quando d’autunno, comechessìa tra cambiamenti climatici innegabili eppure guarda un po’ controintuitivi e verticale flessione delle vendite di veicoli elettrici, elettrici tutti tranne i carrarmati, vengono fuori i nomi dei Nobel. Che c’entra la dinamite con la letteratura, in questo specifico caso, pure immodestamente lo ricordammo da qui, me ne incaricai io, tempo addietro. Il pezzo s’intitolava La dinamite e il vento. Allora scrivevo su come fu che l’inventare per la gelatina una funzione stabilizzatrice della nitroglicerina e impiantarci su una produzione, un’industria, un impero, farci insomma un sacco di soldi, siano state la premessa per metter su un premio ambitissimo assai, da intestare ai contributi più significativi per l’umanità in ambiti scientifici, letterari e umanitari, prima che immancabilmente una banca centrale, nel caso, quella di Svezia, ci aggiungesse un premio per l’economia. Un Nobel è dunque previsto anche per chi s’adopera per esempio per la pace. E oggi invece magari mi domanderei se il premio ambitissimo, non per la letteratura ma addirittura per la pace, possa mai costituire esso l’avallo per la violenta violazione della sovranità di uno Stato. La butto lì: il Venezuela, per dire. Ma non divago. Cioè, non vorrei. Se non fosse che queste cose le sosteneva già, prima che principiassero, proprio fino a pochi giorni prima, un tizio, uno dei pochi rimasti la cui voce filtra tra le mille difficoltà della propaganda, quel giornalista della cui sorte pure mi preoccupai non poco, dandolo – e grazie al cielo quella volta mi sbagliavo – per ormai spacciato. Julian Assange, ancora lui, è notizia di queste settimane, avrebbe denunciato la Fondazione Nobel con altri, accusandola di aver trasformato il premio in uno strumento di legittimazione geopolitica, per il riconoscimento assegnato a María Corina Machado, ritenuta responsabile di aver incoraggiato o legittimato l’escalation militare degli Stati Uniti contro il Venezuela[1]. Quello che succede proprio in questi giorni lo sappiamo. Ma no, non divago.

 

            Retrovie.

Letteratura e dinamite si incontrano, in un singolo romanzo o piuttosto, a ben vedere, lungo il tratto di una intera produzione letteraria, tra le pagine scritte da Luciano Bianciardi tra gli anni Cinquanta e i Sessanta del secolo scorso. Bianciardi chi? È vero, leggo e quindi propongo libri delle retrovie, per così dire, non di quelli che si trovano sulle isole in libreria e mai a scaffale o, peggio ancora, di quelli che “te lo posso far arrivare”, come ti dice il premuroso titolare del momento; evito da tempo quelli firmati dai notissimi maître à penser, incistati nelle tivù in chiaro a sentenziare su tutto con un misto di soavità/profondità tra Gaza e cucina gourmet, e che propongono argomenti mai fuori misura, conservando critica e dialettica entro il perimetro protetto e rassicurante della lallazione.

Bianciardi, dicevo. Ribolla, nel Grossetano, Italia, 1954. Una miniera, bisolfuro di ferro che con qualche percome diventa acido solforico. Qui non era storia, avverte subito il Lucianino, di rapporti fra uomo e uomo, fra operaio e dirigente e ditta, ma fra uomo, giorno e tonnellata[2]. Condizioni di lavoro, inutile star lì a minuziare, disumane, figurarsi la sicurezza. Una mattina, ore sette, la miniera esplode. Bum. Quarantatrè morti. Fatto vero, purtroppo. Eh, già. Da qui, la finzione letteraria. Il protagonista del romanzo, testimone di quel fatto, decide di spostarsi dalla provincia del Centr’Italia su, a Milano, con l’intento di far saltare in aria il grattacielo sede della ditta titolare di quella miniera, il torracchione, per vendicare i suoi compaesani minatori morti. A Milano però in quegli anni s’incontra un altro “bum”, che è più propriamente, s’apprende, un “boom”, quello economico, quello del benessere.

E di quel benessere ottuso, spersonalizzante, disumano pur’esso e esistenzialmente esoso, psicologicamente estorsivo, il romanzo rende una descrizione amara e piena assieme. Società già allora massificata e massificante, colta nella fase in cui il capitale prestava, già deciso a riprendersi tutto, poi, negli anni a venire, con gli interessi.

 Bianciardi già allora parlava di una società “marshallizzata”. Marshallizzato è un termine brutto, obiettivamente, ma il concetto è chiaro. Brutto quanto si vuole, peraltro, salvo riflettere per un momento su cosa toccherebbe a noi, come corrispondente, se volessimo – sia mai! – riscriverli al giorno d’oggi, La vita agra, o Il lavoro culturale, dove quell’espressione è riportata: che dovremmo inventarci, di questa società “pienneerreerrizzata”, per dire? Non starò certo a raccontarlo tutto su queste colonne, questo libro che io farei leggere nelle scuole e per vari motivi: per i temi, per la politica e la storia sociale del Paese, per il linguaggio, l’analisi e pure il modo d’esporre e argomentare... Dirò per incuriosire che il protagonista, che pure già aveva famiglia giù in provincia, incontra la sua “lei” della storia lì al nord, Anna, fanatica e settaria, che lo salva dai tumulti di una manifestazione di dimostranti che volevano la pace: “Cos’è?” feci io. “Dimostrano contro il riarmo tedesco”. Allora. Figurarsi. Il protagonista, a momenti consapevole a momenti proprio malgrado, si ritrova a salire un certo tratto della scala sociale, diviso com’è tra le sirene del benessere – il benessere quello della classe media, s’intende – e l’originaria, tacita promessa fatta al Tacconi Otello del suo paese, consigliere provinciale e stradino, promessa di far saltare in aria il torracchione, di vendicare i compaesani minatori morti. Fa pure diligentemente il calcolo di quanta ce ne voglia, una volta individuato l’edificio che ospita la dirigenza della ditta incriminata, per far venir giù tutto, di metano miscelato con aria in proporzioni tra il sei e il sedici per cento, non di dinamite, da far viaggiare nelle tubature dell’animale di cement’armato e vetro. Ma poi niente, niente, come tanti, come quasi tutti, si lascia assorbire, assorbire più che piegare, da questo strano tipo di sviluppo senza progresso, da questa nuova civiltà senz’umanesimo alcuno, che lo ferisce e poi lo vince soltanto con la forza bieca d’una tosse esasperante.

 

Grissini, salatini, moscardini.

Lui lo guarda, questo mondo incomprensibile, già tutto votato al guadagnare per spendere, e guadagnare a ogni costo e spendere per niente o per sentirsi esistere. Mi piace ricordare la descrizione del bottegone, che altro non è che uno dei primi supermercati, dove entrando, ti danno un carrettino di fil di ferro, che devi riempire di merce, di prodotti. Devi comprare ogni cosa, senza parlare, coperto come sei dalla musica continua e dallo scaracchiare delle calcolatrici. Mi piace, per un fatto mio, una mia particolare inclinazione, ripercorrere con lui i punti in cui il paradossale assume le sembianze del normale: olive verdi col nocciolo e senza, gli assorbenti igienici per la signora, perché tanto anche ‘sto mese ci sono stati attenti, un osso di plastica per il barboncino, venti barattoli di pomodori (anzi di pomidoro, dicono), un pelapatate americano brevettato, che si adopera anche con la sinistra, i grissini, gli sfilatini, i salatini, gli stecchini, i moscardini e i tovagliolini di carta con le figure a fantasia, tanto spiritosi, tanto divertenti. E dunque, poi: Io dico sempre, metteteci una catasta di libri, e accecati come sono comprerebbero anche quelli[3].

L’immagine della gente che s’aggira per le corsie dei supermercati e che finirebbe per comprare i libri, persino i libri, in preda a un riflesso pavloviano, solo perché esposti assieme al resto, se ci si pensa è un’immagine forte. Chissà se quest’immagine, il feticismo delle merci che raggiunge il proprio parossismo coll’affermarsi, sullo scaffale della grande distribuzione, di un prodotto che è sì un prodotto pure lui del lavoro umano, ma che i rapporti sociali di produzione e sfruttamento che lo hanno generato, quel prodotto lì, il libro, anziché nasconderli dovrebbe per sua natura spiegarli, denunciarli, nel caso, chissà se quest’immagine avrebbe fatto cascare il mento al Carletto Marx, che sopra ci si era costruita la sua teoria, o magari la mano nascosta, come da ritrattino ufficiale, per lo stupore.

 

Cineclub.

I libri, i libri, eh già. Un altro libro del Bianciardi che renderei obbligatorio nelle scuole è appunto Il lavoro culturale, che citavo prima, e che è difficile da definire, perché è il tratteggio di un certo ambiente di provincia, anch’esso stretto tra il secondo dopoguerra e gli anni Cinquanta, nel quale si muovono come possono, confrontandosi, generazioni e tipi sociali che tentano con tutti i limiti del contesto, e non riuscendo peraltro a evitare tutti i relativi luoghi comuni, di animare un dibattito, promuovere un progresso, un minuscolo umanesimo municipale, per buttarla giù così. Riunioni, assemblee, cineclub, conferenze sui più vari temi, dibattiti. E pure quell’Italia lì, pure allora, con la guerra che doveva essere ormai alle spalle, non poteva non sembrare lì, sul punto d’esplodere. Milano, intanto, era lontana, era il luogo nel quale gli intellettuali, quelli presuntivamente veri, sparivano, diventavano funzionari di un'industria, tecnici della pubblicità, delle “human relations”, dell'editoria, del giornalismo. [...] non erano più il sale della terra, i cani da guardia della società, i pionieri dell'avvenire, gli ingegneri dell'anima. E la guerra, la stessa guerra allora appena passata, non aveva insegnato niente, se son sempre i contadini – italiani, inglesi, russi, di tutte le parti del mondo – che fanno la guerra, e [...] son sempre ragazzi di vent’anni, studenti che non hanno ancora finito la scuola, che li portano a farsi ammazzare, e se esistono due Italie [...] Da una parte l’Italia dei contadini, quelli che lavorano, e poi fanno le guerre; dall’altra l’Italia del signor generale, del vescovo, del federale[4].

In questo piccolo centro del Centro Italia che si fatica a mantenere intellettualmente vivo, l’unica figura davvero spiazzante, tra comunisti, clericali, amanti del cine, dell’archeologia o del jazz e altri che la parte loro la fanno senza fatica, è quella d’un giovanotto che pare sia di tendenze anarchiche. Addirittura. Di quelli, insomma, cui non sia mai accompagnarsi. E sempre in questo paesaggio di provincia, per ancorarci ai nostri temi di sempre, a un certo punto arriva dal meridione un tizio, che viene apposta come responsabile del lavoro culturale, un salernitano coi baffi che si presenta a uno dei personaggi nientemeno che con queste parole: “Come forse lei sa, [...] c’è oggi in Italia la crisi del libro”[5]. E poche pagine più avanti, troviamo scritta un’altra grossa verità, che ancora ci riporta alle ragioni marxiane: nell’antichità, si legge, era il lettore che cercava il libro, mentre oggi è il libro che cerca il lettore. Chiaro che qui, e per le pagine a seguire, lo stesso Bianciardi si fa sfuggire in poche decine di righe la prova d’esser stato egli stesso, prima che scrittore, prima che giornalista, prima di firmare, da traduttore, più di centoventi opere, effettivamente, anche bibliotecario. Sei anni a ricostruire la Biblioteca comunale di Grosseto, nel dopoguerra, dal 1949 al 1954, a fare cioè un mestiere che ti ritrovi quando hai fallito nel fare tutte le cose che vuoi fare e sei riuscito a evitare tutte le cose che non vuoi fare, secondo una certa espressione di Philip Larkin, ricordata da Alberto Petrucciani, che sul Nostro aggiunge: Eppure, se rileggiamo attentamente i brani di Bianciardi di cui a memoria ricordiamo solo le punte più aspre o comiche, [...] e poi confrontiamo questi brani con quelli in cui lo scrittore dipinge il dirigente milanese in carriera o la segretarietta ‘intasatrice aziendale’, vediamo bene – senza bisogno di essere fini critici letterari – che il sapore è proprio diverso: ironia e autoironia verso il mondo bibliotecario, certo, ma non il vetriolo, l’estraneità profonda, l’astio, che gli suscita l’ambiente della sua successiva esperienza di lavoro e di vita.[6]

Bello. Indubitabilmente. Ma tornando invece proprio al vetriolo, parliamo ancora e pur sempre di un Paese, quello di allora, nel quale pure i primi mega concorsi per gli insegnanti delle scuole, per decine e decine di migliaia di aspiranti insegnanti non passati di ruolo, aprivano le porte al bracciantato intellettuale, quello di quanti sarebbero stati reclutati stagione per stagione quando facesse comodo, e poi lasciati senza lavoro. Che paesaggio, e che Paese, quelli di allora.

 

Male.

Bianciardi muore – precocemente – nel novembre del ‘71. E questo è un fatto. La mia opinione, invece, è che non dovrebbe essere stato uno che passasse le domeniche pomeriggio davanti la tv. Ma non lo posso sapere per certo, certo.

Sempre meno si organizzano dibattiti culturali, celebrazioni di centenari, circoli del cinema, scrive Bianciardi nel capitolo finale de Il lavoro culturale, La distensione è arrivata fin lì: a Karlovy Vary, anziché quelli sovietici, premiano i film di Tognazzi, che fa il verso a me[7]. In verità, questo capitoletto finale, che non c’era nel ’57, titolato Ritorno a Kansas City, dove per Kansas City s’intende la cittadina di provincia, viene aggiunto al volume in occasione della sua ristampa, nel 1964.

Bianciardi non saprà della rivoluzione di velluto con la quale la ricca e più industrializzata Cechia, dove Karlovy Vary rimane, e la Slovacchia, per una volta pacificamente, consensualmente, il primo di gennaio del ’93, hanno preso strade diverse. Ma per una volta, me lo posso immaginare, il pensiero dello scrittore non era rivolto tanto alla Cecoslovacchia, quanto a Tognazzi. Di Tognazzi è traccia nelle lettere di Bianciardi, tra il materiale osservato da Pino Corrias e versato nel suo interessantissimo Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano.

Autentico gatto da cortile, anima persa dietro alla fica, attore di formidabile istinto, ignorante come un carabiniere, anche se compra quadri e libri rari[8], così scrive Bianciardi, così riporta Corrias. Però su Tognazzi, Tognazzi Ugo nato Ottavio, attore, regista cinematografico, cuoco, comico e scrittore, due cosette pure su di lui andrebbero precisate. Era stato lui, difatti, come puntualmente riferisce Corrias, ad avere per primo l’idea di fare di La vita Agra un film, e a preoccuparsi di trovare per il film un produttore. E il film esce nell’aprile del ’64, protagonisti Tognazzi e Giovanna Ralli, sceneggiatura di Luciano Vincenzoni, Sergio Amidei e nientemeno che Marcello Marchesi, per la regia di Carlo Lizzani. Inciso: Carlo Lizzani, allora quarantenne, che Bianciardi ribattezza Lizzani-prete, io pure che stendo queste modeste righe è la seconda volta che l’incrocio sul mio percorso, perché la prima volta già fu proprio a proposito di Nucleo Zero, il libro di Luce d’Eramo diventato, omonimo, suo film, quando raccoglievo materiale proprio per i miei scritti sui fatti di Feltrinelli e dintorni, dai quali anche stavolta partivo qui in cima. Su quello che ci sarebbe da dire, sullo scarto tra libro e film intendo, in entrambi i casi, e ce ne sarebbe, non credo d’essermi adeguatamente soffermato la prima volta e non lo farò neanche ora, per ora. Dirò soltanto che sospetto di sospettare il perché di quel “prete”, appiccicato, per dire, sulla spalla di un Lizzani alto, bruno, nasuto e occhialuto[9] dall’acuto Bianciardi. E il sospetto mio s’appunta, tra diversi, su quell’addolcimento tutto borghese che il film pratica su di un dettaglio, certo, solo un dettaglio, ma non propriamente secondario.

La vita agra finisce col derubricarsi indecoroso, disonorevole quasi, dell’intento eversivo-dinamitardo del suo protagonista, che accetta su di sé la sconfitta d’esser partito intellettuale vendicatore verso Milano-Italia ed esservi rimasto impantanato come tanti, senza neanche un grande e tragico destino di cui vantarsi, bensì accettando soltanto una vita di merda come tante, per dirla parafrasando l’Altan dei tempi d’oro. Nel libro, le ultime pagine lo trasmettono, questo disagio, dell’essersi rinnegato, del non saper rispondere dentro di sé alle voci dei quarantatré minatori. Nel film, la latente presenza del Tacconi Otello, consigliere provinciale e stradino che nel libro ricorda al protagonista quel suo debito d’onore, assume le sembianze e la bella voce di quel bravo attore, chi lo ricorda?, di Giampiero Albertini. E Albertini, dopo aver attraversato tutta la pellicola insistendo con la moglie del protagonista, rimasta al paese, perché ricordasse nelle telefonate al di lei marito la vecchia promessa, a un certo punto compare a Milano, nell’appartamentino fresco d’intonaco del protagonista, con una valigia in mano. Chi avesse letto il libro per intero e guardato il film fino a quel punto, e avesse fissato lo sguardo dell’Albertini cui il Lizzani comunque non riesce a non tributare qualche fotogramma, una inquadratura, se lo aspetterebbe, senz’ombra di dubbio. Nella valigia, finalmente, c’è la dinamite. Dal paese della miniera, lì a Milano, per la bisogna. Finalmente. Ma invece no. Nella valigia ci sono due fagiani, che passano, obtorto collo, è il caso di dire, dal bagaglio al cucinino. E l’espressione dell’Albertini/Tacconi, da sola, dice tutto; sì, quasi tutto di molte cose di questa realtà. 

 

Bagaglino.

Bianciardi muore – tragicamente – nel novembre del ’71, e non può sapere che qualche anno più tardi, una domenica pomeriggio, Ugo Tognazzi, proprio lui, il suo profilo di intellettuale antisistema se lo guadagna tutto anche lui in diretta davanti alle telecamere della tivù di Stato. Domenica in, trasmissione nazionalpopolare per antonomasia, stagione 1979/1980, Pippo Baudo, nazionalpopolare anche lui indubitabilmente, gli somministra la rituale, protocollare ortodossa domanda introduttiva per parlare del suo quinto film da regista in uscita in quei giorni – si tratta di I viaggiatori della sera, tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Simonetta – ma, inopinatamente, anziché seguire con una rispostina acconcia il cliché della marchetta, lui, il Tognazzi, in diretta dagli schermi di quella stessa tivù che anni prima, era il ’58, Bernardo Mattarella, ministro delle Poste, aveva affidata alla protezione della santa Chiara d’Assisi, fermo, risponde: «Perché non parliamo di Toni Negri?», e aggiunge «Mica per altro: un bel giorno bisogna chiarire se il capo delle brigate rosse è lui o sono io»[10].

C’era un motivo, per questa uscita apparentemente improvvida per i benpensanti d’allora, dell’Ugo nazionale, che all’epoca aveva già subito l’allontanamento dalla RAI durato anni, anni prima, per una battuta neanche tanto puntuta su un Presidente della Repubblica buttata lì durante un varietà in coppia con Raimondo Vianello. Il 3 maggio 1979, tre prime pagine di notissimi quotidiani dell’epoca, La Stampa, Il Giorno, e Paese Sera, mostravano a caratteri cubitali una notizia sconvolgente: arrestato Ugo Tognazzi, è il capo delle BR. Si apprende che anche Raimondo Vianello sarebbe stato nella direzione strategica del gruppo eversivo, e su Paese Sera, in una manchette che fa comunque da spalla all’apertura, v’è un commento nientemeno che con firma Ugo Pecchioli, mentre l’editoriale, di Aniello Coppola titola: Quando la comicità diventa eversione. Si tratta tuttavia d’un falso, realizzato da Il Male, gloriosa testata di satira, passata anch’essa come tante cose buone. Un gioco, ecco. Uno scherzo. Uno sberleffo cui Tognazzi, con tanto di pose fotogiornalistiche di lui ammanettato, stupito, congestionato trascinato in maniche di camicia, convintamente si presta.

Il vuoto lasciato da quella satira è oggi malamente farcito dalla comicità innocua, volontaria e no, di tante autorevoli testate, che neanche vale la pena falsificare perché è già così che escono, genuinamente ridicole, inchiostrate dalle legittime rotative.

 

            Ventisette, sessantasette.

Ho citato Marx. Me ne pento, perché è facile citarlo a sproposito, e difatti così io. Del resto, oggi, in questo Paese, non si muore più lavorando, in quarantatré tutti in una volta, nel fosso di una miniera. Il bisolfuro di ferro serve ancora, ma l’acido solforico non serve più ricavarlo dalla pirite, e questo già dai tempi del Bianciardi. E proprio lui stesso, il Lucianino, lo vedeva che il Grossetano (non il Paese, per carità!), già si attrezzava per diventare un domani un bel villaggio vacanze: pensa ormai quasi soltanto a “valorizzare” la costa; spera negli svizzeri, negli svedesi, negli attori del cinema, nelle mogli dei presidenti. Morire, morire di lavoro intendo, in questo Paese lo si fa ancora, ancora oggi, ma più discretamente, in gruppi più sparuti, sciolti in un’acciaieria, travolti lungo i binari su una massicciata, o addirittura a uno a uno giù nel vuoto in un cantiere, mai più di uno o due per volta, però. E poi, oggi si muore a un’età più acconcia, da un’impalcatura puoi venir giù anche fino a sessantasei, sessantasett’anni, mica ti si chiede di piombare per forza da giovane.

Ho citato Marx e me ne pento. Ma c’è un ma. Un anno fa, proprio di questi giorni, uno dei primi volumi che leggevo all’alba dell’anno nuovo fu un romanzo che trovai struggente. La condizione umana, di André Malraux, sui fatti di Shanghai del 1927. Tante cose ci sarebbero da dire su questo libro, ma dico solo questo. C’è un personaggio, che tengo in ombra, che quando mostrava agli studenti, quasi tutti piccolo-borghesi, che erano costretti a unirsi o ai capi militari o al proletariato, diceva: “Il marxismo non è una dottrina, è una volontà [...] voi non dovete essere marxisti per aver ragione, ma per vincere senza tradirvi”[11]. Non è questione di marxismo o d’altro, oggi, quando il neocapitalismo quasi ancora provinciale, all’italiana, dell’età di Bianciardi mostra finalmente il suo profilo intransigente e violento, la sua matura attitudine totalitaria, né di vincere e nemmeno d’aver per forza ragione. Ma di non tradirsi, quello sì.

 

Giaguari.

Feltrinelli, Luciano Bianciardi lo incontra appena arrivato a Milano, all’inizio dell’estate del ’54, tra le scrivanie della rivista Cinema nuovo, nella sede della sua casa editrice: Poi ci sarebbe il Feltrinelli, detto il giaguaro: ventotto anni, occhiali, baffi, alto e robusto, ignorante come un tacco di frate, e ricco da far schifo. Ha le mani nel legname, nelle costruzioni edili, nei frigoriferi, nella Coca-Cola[12]. Torniamo a bomba, stavo quasi per dire. Feltrinelli, Giangi, chiunque davvero sia stato, e le ipotesi sono varie, proprio così diceva in fin dei conti, che anche un editore, un intellettuale, può e deve farsi carico del fatto che tutto proprio tutto deve cambiare, e cambierà. E sia dunque benvenuta qualche nuova connessione tra letteratura e realtà, tra vita e lettura, quand’anche favorita da libri vecchi, che però te la regalano, qualcosa di nuovo per cui valga la pena leggere, scrivere, ragionare, lottare.

            Volevo parlare anche di Aprire il fuoco, poi, sempre di Luciano Bianciardi, una specie di romanzo storico sulle Cinque Giornate di Milano, però riproposte come se si fossero svolte nel 1959. Ma il volume l’ho trovato in un’edizione che non mi convince, che non cito per non offendere nessuno ma non mi convince, e dunque aspetto occasione migliore. Eppoi, la Storia: a che serve?

 

Rocco Infantinoã

 

#dinamite #estratti #Bianciardi #letteratura



[2] Luciano Bianciardi, La vita agra, Feltrinelli, Milano 2024 (undicesima edizione), p. 38.

[3] Ibidem, pp. 173-174.

[4] Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale, Feltrinelli, Milano 2013, pp.38-39.

[5] Ibidem, p.65.

[6] Alberto Petrucciani, Vita, impegno e leggenda di un bibliotecario, in Elisabetta Francioni, Luciano Bianciardi bibliotecario a Grosseto (1949-1954), Presentazione di Alberto Petrucciani, Postfazione di Arnaldo Bruni, Associazione Italiana Biblioteche, Roma 2016, pp. 7 e 11.

[7] Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale, Feltrinelli, Milano 2013, p.111.

[8] Pino Corrias, Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano, Feltrinelli, Milano 2011, p.205

[9] Ibidem, p.204.

[10] Immancabile, traccia se ne trova persino in rete: https://www.youtube.com/watch?v=-HYqXQ52Dos (ultima consultazione 13.12.2025, h.18.00)

[11] André Malraux, La condizione umana, Giunti/Bompiani, Firenze – Milano 2018, p.71.

[12] Corrias, cit., p.88.

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