E non mi fermo

scrivere 1

“E non mi fermo:

così va il sassolino di una fionda.”

Tra le tante occasioni di lettura fornite dalle circostanze e dagli incontri che la vita mi riserva, non posso non parlare di E non mi fermo e altre poesie, raccolta di poesie di Albino Pierro edito da Orecchio Acerbo e presentata lo scorso mese di novembre a Tursi dal Parco letterario Albino Pierro. Si tratta di una pubblicazione davvero speciale, come speciale è la ricorrenza che ha permesso tale lavoro: i cento anni della nascita del poeta di Tursi, tra le più importanti personalità del ‘900, candidato al Premio Nobel per la letteratura nel 1986 e nel 1988. La ricchezza di tale operazione sta nel concetto che ha animato il progetto, sta nell’editing che ha illustrato i versi, sta nello scopo della pubblicazione, sta nelle persone che lo hanno promosso e che vi hanno collaborato, sta nel valore del lavoro del Parco letterario. Sta anche e soprattutto nell’originalità del libro stesso. Si, perché in E non mi fermo e altre poesie Albino Pierro bambino si racconta ai bambini e lo fa con l’antica lingua della sua terra lucana, continuando a giocare con gli oggetti e gli animali che hanno animato la sua quotidianità umile e solitaria. Le dodici poesie raccolte nella pubblicazione raccontano la giornata di un bambino trascorsa in un piccolissimo paese della Basilicata, di tradizione contadina, in una casa povera, nel buio della sua stanza, a causa di una malattia agli occhi, ad ascoltare le voci che provengono da fuori.

(…) sentivo che i ragazzini

giocavano a rimalzello

bisticciavano e andavano

a cavallo contenti sopra il porco

Nel buio della notte la paura lo assale, l’immagine del “mamone” che dal soffitto lo risucchia è un incubo dal quale viene fuori grazie al canto mattutino dei passeri. E poi il riposo pomeridiano nello stanzone oscuro, dal quale scappa “saltando saltando e senza rumore” con un grande libro colorato sotto braccio verso la fessura aperta nella finestra. Ma quello raccontato da Pierro è un mondo incantato che si alimenta dei giochi semplici e poveri grazie a quali si perde nel trastullo delle estati afose. La trottola spaccata con il lacciolo rosso avvolto e i noccioli delle pesche, la gara con il gatto ad arrampicarsi sul muro, le corse tra i vicoli del paese e poi le tradizioni della piccola comunità riunita intorno al maiale per farne libagioni.

Qando uccidevano il porco,

me ne scappavo di sopra piangendo

e suonavo la chitarra per non sentire

quelle grida lacerate

C’è tutto l’incanto della poesia fanciullesca dal quale traspare il rimpianto di un’età bambina. I versi, tradotti mirabilmente in italiano, non perdono il fascino del dialetto tursitano che Albino Pierro ha avuto il merito di portare in giro per il mondo. Ed è proprio a tutela di questa ricchezza linguistica che il Parco letterario e il Centro Studi Albino Pierro diretti da Franco Ottomano proseguono il loro lavoro di divulgazione della poesia pierriana dando vita a progetti pregevoli come questo. Ed ha incontrato la disponibilità di persone dalla elevata sensibilità culturale come i promotori del progetto Jaramme dell’associazione C.R.E.A., Francesco Gallo e Vito Valente, che operano al fine di dare voce alle differenze. E poi c’è l’incontro con Fausta Orecchio, fondatrice della casa editrice Orecchio Acerbo dedicata alla narrativa per l’infanzia, che ha dato lustro ai versi del poeta grazie alla cura con la quale sono stati rappresentati. Il libro reca le illustrazioni di Mara Cerri, tra le più apprezzate disegnatrici d’Italia, che ha saputo evocare le sensazioni delle poesie, puntando il suo tratto sullo sguardo intimo del fanciullo ritratto. La postfazione di Elio Pecora mette in evidenza l’eredità “di voci e di beni insostituibili” che ci consegna Albino Pierro, valori che solo “un’infanzia profonda e provata” possono comprendere e trasmettere.

Eredità che può aiutarci a “sentire” l’infanzia.

Eva Bonitatibus

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