MAJESTIC

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In Russia si profila un nuovo tipo di intellettuali: competenti in economia e anche in letteratura, consapevoli delle nuove teorie politiche e sociali, risoluti, combattivi, riformisti e sempre più sostenitori di un allineamento al modo di vivere europeo.

Ma tra questi c'è chi non manca di puntare il dito contro le contraddizioni del modello sociale ed esistenziale borghese cullato nel culto europeo occidentale del progresso, e vede e denuncia la rinascita niente di meno che di Baal, il dio che esige vittime umane. Questo intellettuale del secondo tipo, un po’ fuori dal coro, non può soffrire il fatto che l’identità culturale alla quale si sente appartenere, l’identità delle radici, venga minacciata, da destra e da sinistra, in nome di una modernità estranea più che soltanto estera, modernità che questi è convinto che conduca alla rovina. Non mancava già prima, certo, e non manca, chi ancora veda nel singolo individuo che sia educato a ideali positivi la matrice di ogni possibilità di rinnovamento della collettività umana, chi consideri la ricchezza custodita nell'intimo di ciascuno una risorsa, chi apprezzi anche la sofferenza che costa a ciascuno la consapevolezza dell'attraversare i tempi che attraversa e chi si soffermi su quanto questi siano duri e ingiusti e su quanto, infine, su un individuo tanto sensibile di questo tipo, gravi tutto il peso del fallimento collettivo. Quest’uomo sensibile, troppo sensibile, troppo umano, lo si dica apertamente o no, è un uomo superfluo. Non si allinea al magnifico destino collettivo, non può esserne riconosciuto come alleato. Quest’uomo, che in maniera sprezzante come ciò fosse un disvalore, verrebbe associato piuttosto ai poveri di spirito dei vangeli di Matteo e di Luca, non è ritenuto utile nemmeno a ricoprire il ruolo dell’avversario, in una società siffatta, che di nemici “esterni” ne ha bisogno come del pane. Il contesto di cui riferisco non è uscito dalla penna di Aleksandr Gel'evič Dugin. Lui non c’entra, quest’analisi non è figlia neanche del dolore del filosofo cui una – singola? organizzazione? nazione? – terrorista assassina la figlia, facendola saltare in aria nella sua auto sotto i suoi occhi, secondo i canoni del cosiddetto targeted killings[1], cui qui da noi, la parte sana e buona del mondo, talvolta si ricorre senza stare troppo a filosofare. Ma non divago. Sono gli anni Sessanta. Sessanta dell’Ottocento, ed è in questo clima che nasce Memorie dal sottosuolo di Fëdor Dostoevskij. Dostoevskij dedica a questo tipo di uomo, nel 1864, una approfondita riflessione, affidata a un monologo di non agevole lettura. Il contesto di cui riferisco è quello delineato più serenamente dall’introduzione di Igor Sibaldi, nell’edizione tascabile dell’opera, che già in copertina mi promette, per soprappiù, un saggio di Vladimir Nabokov[2]. Memestratti­1orie dal sottosuolo si divide in due parti. Nella prima, questa prima persona narrante parla di sé e come si vede. Il ritratto è impietoso. È questo, è lui stesso “il sottosuolo”, dal quale, con un moto evidente dal basso verso l’alto, critica il mondo di sopra. «Non soltanto non ho saputo essere cattivo, ma non ho saputo essere niente di niente: né cattivo né buono, né canaglia né galantuomo, né eroe né insetto»[3]. Tuttavia, con gli occhi di questo essere “niente di niente”, si vede un mondo “superiore” nel quale gli esiti asseritamente salvifici della civilizzazione non hanno reso affatto l’uomo più mite. L’uomo civilizzato non è affatto «meno assetato di sangue e meno proclive alla guerra [...] l’uomo è talmente attaccato al sistema e alla deduzione astratta che sarebbe pronto ad alterare premeditatamente la verità, e pronto a non vedere vedendo e non udire udendo, pur di giustificare la propria logica. [...] Ma via, guardatevi intorno: il sangue scorre a fiumi, e in modo tanto giocondo, per di più, che si direbbe champagne. [...] La civilizzazione elabora nell'uomo solamente una molteplicità di sensazioni e.. assolutamente nient'altro. E attraverso lo svilupparsi in lui di questa molteplicità, potrebbe anche darsi che l'uomo giunga a cercare godimento nel sangue. Anzi, non gli è forse già accaduto più volte? O non avete notato che i più raffinati sanguinari furono quasi tutti dei signori civilizzatissimi [...] quanto poi al fatto che essi non balzino agli occhi tanto vividamente [...] l'unica ragione è che ormai li si incontra fin troppo spesso, e sono diventati dei tipi troppo comuni, non ci si fa più caso. Se non altro bisogna dire che grazie alla civilizzazione l'uomo è diventato, se non più sanguinario, indubbiamente sanguinario in una maniera peggiore e più canagliesca di quanto non lo fosse prima.»[4]

Non dimentico che sto qui con queste modestissime mie a tentare, a mia volta dal sottosuolo della mia incompetenza, a parlare solo di libri che leggo. E dunque. Nella sua breve postfazione al volume, Nabokov, dopo aver previamente avvertito a sua volta che la sua analisi è limitata allo studio dello stile dello scritto, annota: il modo rispecchia l’uomo. «E il suo riflesso Dostoevskij vuole coglierlo in una fogna di confessioni, attraverso i modi e le maniere di una persona nevrotica, esasperata, frustrata e orribilmente infelice»[5]. Senza farla troppo lunga, e dopo aver creduto di cogliere qualche elemento almeno di quella compiaciuta cattiveria da uomo-topo nella quale pare crogiolarsi il protagonista di Memorie al termine della seconda parte, leggo che Nabokov riassume: «Ma l’uomo dostoevskiano può scegliere qualcosa di folle, di stupido o di nocivo – distruzione e morte – perché se non altro è una sua scelta»[6].

E mi domando: distruzione e morte, io quando le ho scelte?

 

            Ricca americana strangolata nei sotterranei del Majestic.

            Un elemento va considerato. Per non averlo fatto io personalmente, non sono estraneo alla responsabilità di avere consentito e di consentire, sebbene con la mediazione di costruzioni sociali, certo, articolate e complesse, che a me anche se non soltanto a me fanno riferimento come alla base, e che popolano il soprassuolo della mia individualità, di seminare morte e distruzione anche in mio nome. È così, per questa via, per esempio, che la Russia di Dostoevskij, e quella dei russi miei contemporanei, sarebbe addirittura mia nemica. Intollerabile. Già. Ma lo tollero. In nome di cosa? Memorie dal sottosuolo mi suona come un monito strano rivolto proprio a me. Sarà per via del fatto che l’Autore lo scrisse cent’anni esatti esatti prima del mio anno di nascita?

            La domanda, come che sia, è comunque quella: l’uomo-topo e la guerra, l’individuo e le scelte collettive.

            E poi, rovesciando la prospettiva: il rapporto tra l’individuo, ciascun individuo e il proprio substrato, quella popolazione di uomini e di uomini topi che ciascuno ospita dentro di sé.

Dostoevskij viene nominato, viene apertamente tirato in ballo lui con le sue creature malaticce e i suoi tuguri pietroburghesi, tra le pagine 44 e 47 de I sotterranei, di Jack Kerouac[7]. Il 1864 è passato da un pezzo, un secolo, quasi, è il 1958 e non ci troviamo in Russia ma negli Stati Uniti. Leo Percepied, alter ego dello scrittore, appena arrivato in città, si immerge nella vita notturna di San Francisco mischiandosi a una ciurmaglia di giovani dediti all’alcool, alle droghe, al sesso e al bop, si invaghisce di una afroamericana problematica, per dirla così, Mardou Fox, ne nasce una storia che lo vedrà soffrire. Soffrire e scriverne, di conseguenza, come fosse il più condizionato dei riflessi. I sotterranei cui s’accompagna sono «intelligenti ma senza pedanteria, intellettuali fin nelle dita dei piedi e sanno tutto-tutto su Pound eppure non la mettono dura e non si parlano addosso in continuazione, sono tranquilli e silenziosi e come tanti Cristi»[8].

Se mi fossi dato il compilativo compito di stendere una ricerchina su un possibile parallelo tra il sottosuolo di Dostoevskij e i sotterranei di Kerouac, l’avrei forse agevolmente svolto, certo con minore partecipazione emotiva, con i normali strumenti che oggi, gli uomini topi di oggi hanno principiato a osannare.

Se chiedi alla AI, difatti, prontamente ti snocciola almeno tre punti di contatto tra le due opere. Il narratore “malato”, per entrambe, è il primo tratto comune. Che si tratti dell’autolesionista dostoevskiano, che si punisce con la propria personale disistima, con i suoi comportamenti asociali, con la violenza sadica e masochista che usa nei confronti di chi gli si avvicina e tenta di comprenderlo – è il caso, tra tutti, della “traviata” Liza – o che si tratti invece del Leo di Kerouac, che nei sotterranei urbani, tra le diverse perdizioni va a cercarsi sapendolo, intuendolo, chi lo farà soffrire. Oltre al resto. Lo stile confessionale, che in entrambe le opere riempie le pagine con una affannosa ricerca di un confidente, un confessore, un ascoltatore, un lettore, un interlocutore purchessìa, esigenza evidente quanto più dissimulata, aggiungerei, nel russo, con la formale e contraddittoria negazione di questa necessità, nell’americano, dietro il paravento stilistico della “prosa spontanea”. Che per molti tratti è il parlare degli ubriachi, o dei “fatti”. La stessa struttura di entrambi gli scritti, divisi come sono tutt’e due in due capitoli, e grosso modo entrambi tarati su temi vicini, il contesto e una storia quasi sentimentale che necessariamente va a finir male, potrebbero dar ragione a chi ritiene che questi elementi rivelino nell’americano una citazione implicita del russo. C’è poi, perfino l’AI se ne accorge, il tema del disagio esistenziale, del rapporto sofferente, certamente problematico tra io e mondo.

Questa, qui, è la cosa che più mi interessa. Nell’introduzione a I sotterranei, Fernanda Pivano fa un puntuale riferimento, in parallelo, alle due generazioni di giovani americani che nel secolo scorso si sono dovute misurare con l’esperienza devastante della Grande Guerra. Quelli della Prima, la lost generation, secondo la definizione che le impresse Gertrude Stein, che Pivano appunta come quella di Francis Scott Fitzgerald tra gli altri, e quelli della Seconda, espressi tra i primi da Allen Ginsberg e Jack Kerouac, appunto, la beat generation.

Sulle prime, in America e soprattutto in Europa i due movimenti, meglio, le due espressioni artistiche e generazionali, venivano difficilmente distinte tra loro, complice il ricorrere, per entrambe, di influenze del movimento dadaista e poi, del New Dada. Ma Pivano precisa: «Solo dopo qualche anno la prospettiva storica in America si è andata delineando e sono stati scritti intieri volumi per spiegare le differenze fra la lost e la beat generation, rivoluzione attiva l’una e passiva l’altra [...] Non passerà molto, ormai, perché si concluda che il dadaismo aveva una funzione sociale assolutamente estranea a quella dei beat», fino a dire  che «la prosa di Kerouac non considera neanche l’esistenza del razionale e si appoggia su una realtà esclusivamente biologica e fisiologica; che la rivolta esistenzialista si basava su ideologie morali saldamente radicate in impalcature filosofiche, mentre [...] i beat non si preoccupano di distruggere mitologie o sovrastrutture [...] nella sfiducia assoluta di una realtà sociale non affrontano il problema di aggredire l’immoralità dell’esercito o della politica o della guerra o della borghesia o del conformismo»[9].

Pivano prosegue con un efficace approfondimento tra cifra stilistica della scrittura spontanea kerouachiana e jazz ma, francamente, per le questioni che sono sul tavolo e per il mondo com’è in questi giorni, del jazz che pure ho amato mi affiora il retrogusto rancido dello strumento di propaganda gringo, che pure fu, assieme al resto.

Oggi come reagiamo alla guerra? Come ci opponiamo alle ragioni della guerra, sempre uguali a sé stesse: lucro per le classi egemoni sul sangue dei popoli?

È chiaro da decenni che le maggiori operazioni belliche poste in essere dalla cosiddetta superpotenza occidentale si basavano su falsi fattuali e storici, su menzogne neanche troppo finemente architettate. È chiaro in questi anni, in questi giorni, che l’avvio sistematico dello sterminio di un popolo non ha registrato opposizioni fattive, resistenza concreta. È chiaro, evidente, che la precedente crisi, tuttora in corso, a Est dell’Europa, origina indiscutibilmente dal vizietto di mettere date, spostare date ai fatti storici significativi: inizia nel ’14, prima ancora, no! nel ’22... Questa, a ben guardare, certo non sarebbe materia per un articoletto sui libri di lettura, neppure se impostato come tento di impostarlo qui, ma comunque potrebbe essere considerata una tirata scusabile sul binario guerra e letteratura. Sull’atteggiamento dell’uomo-topo, degli uomini-topi di fronte a fatti che appaiono troppo più grandi di ciascuno di loro.

Ma gli uomini di oggi, per quanto sordidi dostoevskiani o cold new dada che possano ritenersi o essere, non possono rivolgere il proprio sguardo, in verità più impaurito che critico, mi pare, verso il mondo di sopra, senza fermarsi a guardarsi dentro, finalmente, e porsi altre, più profonde domande.

Quella che la gran parte di noi immaginava fosse una specie di cupola, qualcosa che stava in alto, più in alto di tutto e di tutti, e come una cupola, rastremandosi sigillasse tutto verso l’alto, non era una cupola, ora lo sappiamo, per quanto facciamo di tutto per non pensarci. Era essa stessa un sottosuolo, un sotterraneo, un ipogeo, una tomba e una fogna assieme. La disumanità che caratterizza le classi egemoni di gran parte del mondo, il disprezzo totale e radicale per le vite umane, la mercificazione dei corpi, la ritualizzazione della violenza estrema, in vita e in morte, la violazione dell’innocenza dei bambini, perfino, questo non è accettabile, non è umano. Non può essere tollerato. Non potremo vivere con questo peso a lungo, neanche se decidessimo di drogarci, senza reagire. Non potremo vivere con questo peso senza opporci, senza lottare, perché questa porcheria è troppo anche per gli uomini-topi che siamo diventati.

 

            Ricca americana strangolata nei sotterranei del Majestic.

Mi sono dato una regola nuova. Insensata, come tutte le regole. Citare non più di tre libri per volta. Si, insomma, tre libri ogni articolo. Possibilmente. Non so se mai la rispetterò.

C’è sempre una nota, di solito anche meno che una paginetta, che l’editore posa prima del frontespizio di ogni volume, tra quelli nella collana Gli Adelphi etichettati Le inchieste di Maigret. La paginetta comincia immancabilmente col ricordare che tra il 1931 e il 1972 Simenon pubblicasse 76 romanzi e 26 racconti dedicati alle inchieste del commissario e prosegue, quasi sempre, con annotazioni più specifiche riferite al singolo volume. I sotterranei del Majestic è certamente tra i primissimi, se non il primo che io lessi – un dubbio s’appunta in questo su Pietr il Lettone, che analoghe note accreditano come l’atto di nascita del commissario, databile al 1929 –, avendolo incontrato per caso e avendo poi proseguito senz’ordine tra le varie storie. Appena scoperto, un’estate di trent’anni fa, ne lessi non meno di una ventina in altrettanti pomeriggi quasi consecutivi, sotto un limone. Poi, presi l’abitudine di portarmene sempre almeno uno con me nei miei viaggi in treno. Arrivando in vista del limite dei 76, presi a rallentare fino a negarmi la lettura delle altre storie, tanto che alcune ancora me ne rimangono. Di tanto in tanto, ho preso a sostituirli con qualcuno dei romanzi duri di Simenon e poi, confesso, sempre più spesso con saggi, interviste, memorie, studi di e su Simenon. Francis Lacassin in cima. Credo di aver compreso, e qui su queste stesse colonne negli anni ne ho reso testimonianza, che la letteratura di genere sia a suo modo nient’altro che un espediente, un efficace espediente. In questo, magari, ma è soltanto una mia conclusione e dunque non la si dia per buona, che la letteratura gialla stia alla letteratura tout court come la letteratura sta alla vita. Parti da un delitto, che ha in sé un magnetico potere polarizzante rispetto alle cose e poi magari, senza quello, avventurandoti nel mare largo dell’esistere, provi la lettura e la letteratura tout court, quando del delitto non v’è traccia, quando non costituisce più, per così dire, un punto cospicuo nella navigazione esistenziale. Allora, semmai, sospetti o comprendi che il delitto è la vita in sé. Almeno, per il suo essere in ogni suo istante definitiva, irretrattabile, irrefutabile e irrecusabile per certi versi, irreversibile. Salvo poi, pure su questo... ma è altra storia.

            La nota di una paginetta di quel volume che dico, il numero 140 de Gli Adelphi, compostamente spiega come «l'efferato assassinio di Mrs Clark [...] costringe il commissario a muoversi, non senza impaccio, fra due mondi incomunicabili ma entrati improvvisamente in collisione: il dedalo di sotterranei in cui si agita freneticamente il personale dell'Hôtel Majestic e lo sfarzo opulento e ovattato dei piani superiori. Perché chiunque compia, come Mrs Clark, un passage de la ligne fra ambienti sociali diversi (non importa se verso l'alto o verso il basso) non può che provocare un sommovimento: prima o poi il passato rifluisce, intersecando drammaticamente il presente.»

            Simenon: «Il titolo campeggiava nella prima pagina di un giornale della sera precedente. Per i giornalisti, beninteso, un’americana non può che essere ricca. Ma a far sorridere Maigret fu soprattutto la fotografia in cui figurava lui stesso, con cappotto, bombetta e pipa fra i denti, chino su qualcosa che non si vedeva. «Il commissario Maigret esamina la vittima». In realtà quella foto era stata scattata un anno prima al Bois de Boulogne, mentre esaminava il cadavere di un russo ucciso da un colpo di pistola.»

 

 

 

Non mi va di trovare un consolatorio rigo a quest’articolo, stavolta. Per me solo tento di cauterizzare le ferite di quel che mi sono spinto io stesso a considerare, e provo a farlo con la voce di uno dei padri, se non il padre, del Dadaismo: Tristan Tzara. Ho con me il suo L’Homme approximatif[10], leggo le prime pagine firmate dalla curatrice, Emanuela Pini, la sua domanda: «Cosa riemerge dalle rovine della Prima guerra mondiale? Niente, niente e milioni di morti. Se questa è l’eredità lasciata da secoli di cultura occidentale e logica razionalista, la gioventù di quegli anni preferisce mettersi tale Storia alle spalle e partire alla ricerca di un nuovo principio che diventi fondamento di un nuovo mondo, che sostituisca i fallimenti della ragione»[11].  È la poesia, una delle grandi forze dell’umanità, dice Tzara, vive anch’essa, accanto alle forze tetre che qui io ho evocato, nello stesso crogiolo umano, condivide anch’essa l’antro delle profondità insondabili e delle cause oscure. Ma vince? Mi domando.

«Io penso al calore che tesse la parola / attorno al suo nocciolo il sogno che si chiama noi», scrive Tzara[12], e io torno ai versi di un altro poeta, pure lui poeta della beat generation, nato e vissuto nelle propaggini estreme dell’impero, poeta che ho conosciuto e che ho avuto per svariate volte, negli inverni e nelle estati, la gioia di ascoltare, seppure ogni volta per il tempo appena di una sigaretta smezzata, Leonardo D’Aria, e con lui m’assumo la mia responsabilità scritta verso di voi: «Lentamente / e sempre dolcemente / ammazzo il tempo degli altri»[13].

            C’est tout.

 

 

Rocco Infantinoã

 

 

 

 



[2] Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, a cura di Igor Sibaldi, con un saggio di Vladimir Nabokov, Oscar Mondadori, Milano 1989.

[3] Ivi, p. 7.

[4] Ivi, pp. 34-36.

[5] Ivi, p. 176.

[6] Ivi, p. 180.

[7] Jack Kerouac, I sotterranei, prefazione di Henry Miller, introduzione di Fernanda Pivano, Feltrinelli, Milano 1999.

[8] Ivi, p.29.

[9] Ivi, pp. 12-13.

[10] Tristan Tzara, L’Uomo approssimativo (L’Homme approximatif). Canti surrealisti (1925-1930), Presentazione di Roberta De Francesco, trad. e cura di Emanuela Pini, Massari editore, Bolsena 2019.

[11] Ivi, p. 21.

[12] Ivi, p. 37.

[13] Leonardo D’Aria, Metaponto Beach, Edizioni Ermes, Potenza 1998, p. 13.

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