Se sei un parchimetro, mangi le monetine e i bottoni li sputi.
Se sei un bottone, e il parchimetro ti mangia e non ti sputa, può darsi che per avventura tu abbia dimensioni e peso delle monetine accettate. E infine, se sei il proprietario del parchimetro, che a fine giornata si porta via il sacchetto degli spicci, può darsi che a lungo andare tu calcoli che qualche bel bottone d’osso o madreperla ti renda qualcosina dippiù che un nichelino dello stesso peso, e magari t’industri a questo fine, armeggiando il minimo necessario, per adattare la macchinetta.
Quello che penso di molti movimenti giovanili, specie moderni e specie se non portino alle rivoluzioni tecnicamente intese, è tutto qui, più o meno.
Giusto tre mesi fa, il 22 febbraio scorso, moriva Lawrence Ferlinghetti. Libraio, editore, poeta, esponente di punta della Beat Generation. Sulla Beat Generation s’è scritto tutto, già di tutto, e quelli che oggi sono i ragazzi di ieri, se non fa loro velo qualche vecchia emozione malriposta, l’ombra d’un andato amore, il vapore residuo d’una antica bruciante passione politica, lo vedono da sé che cosa ne sia rimasto.
Il movimento pacifista convive con la guerra costante latente a media e bassa intensità, la rivoluzione sessuale e dei costumi ha disegnato quasi tutta la propria parabola ascendente e adesso, nel tratto discendente, sta osservando l’attacco finale all’identità stessa della persona, l’uso libero delle droghe teorizzato come occasione e strumento per l’amplificazione delle facoltà intellettive, sensoriali, come l’esaltazione delle attitudini artistiche, lascia dietro di sé, chissà quanto consapevolmente, un pesante bilancio di morti o di morti viventi.
Che dire dunque ancora oggi di un movimento giovanile, tra i più famosi, tra i primi globali – nell’Occidente che vede da sempre sé stesso come la più parte del mondo, salvo poi riconoscere che talvolta la natura vera delle cose venga più utilmente sondata e coltivata altrove – e tra i più celebrati?
Come quel che è, e cioè un caso freddo, mi pare che venisse trattato il fenomeno nelle quattro brevi interviste che la Società Editrice Fiorentina proponeva in un libello a cura di Jude Luciano Mezzetta, anch’egli reduce, per così dire, del filone poetico che animò San Francisco del medesimo movimento, già alcuni anni orsono, capitatomi tra le mani per l’occasione, interviste a Jack Hirschman, Steve Lacy, Ed Sanders, e Ferlinghetti, appunto.
Sorrido appena al ricordare qualche particolare di quell’ambiente, di quelle atmosfere, pervenuto anche a me ragazzino di ieri come a tantissimi tanti anni fa, filtrato attraverso il setaccio a maglia stretta di infiniti passaggi di fonti indirette: il rotolo di carta continua sul quale Ed Sanders ricorda che Jack Kerouak avesse scritto a macchina la prima stesura di On the road; l’avversione per gli “square”, i “conformisti”, come perfino qui nella periferia estrema dell’impero cominciavano a essere additati quelli che non si lasciavano entusiasmare dalla moda del momento; la consapevolezza di muoversi in un mondo, l’America provinciale di quei tempi in cui, a detta di Sanders, i piccoli commercianti sono tutti di destra, e dove prima che il movimento non s’inventasse i reading di poesia nelle piazze, all’aperto, la poesia stessa fosse popolare tra la gente come andare dal dentista.
Scorro molto velocemente invece, lo confesso, con un po’ di insofferenza, certi passaggi del pontificare di Hirschman sul marxismo declinato all’americana, sulle lotte delle Pantere Nere, sulla poesia come portatrice del messaggio per cambiare il sistema, sulla sua polemica a distanza con Pasolini per la posizione che questi prese a favore dei poliziotti appartenenti alla classe operaia, chiamati a fronteggiare i rivoluzionari nostrani figli della borghesia italiana, in occasione dei fatti di Valle Giulia. L’insofferenza diventa fastidio quando gli leggo definire un altro poeta sperimentatore, Ezra Pound, semplicemente come un cane.
Qual è la vera cifra rivoluzionaria di quegli anni, letta da questi, di anni, di quelle latitudini che ancora oggi troppo influiscono su queste, di latitudini?
Leggo l’intervista allo stesso Ferlinghetti, il poeta più europeo d’America, come viene definito, il poeta francofilo, quello che vicissitudini personali e familiari lo avevano portato a vivere lunghi anni a Parigi, lui, che nel ’51 ottiene un Ph. D. alla Sorbona, che vive in un appartamento a 35 dollari al mese. «Era un affitto bloccato, prebellico, a 35 dollari al mese. Sarei potuto stare là per sempre. Il tasso di scambio col dollaro americano era fantastico perché noi eravamo i conquistatori, e noi stabilivamo il tasso di scambio, e io ricevevo 65 dollari al mese dall'esercito, così che Yvonne e io avevamo circa tre volte il denaro degli studenti francesi miei amici. E così, voglio dire, ottenni un dottorato alla Sorbona, e scrissi tutta la mia tesi nel retro dei caffè». Così gli andava la vita, facendosi portare la colazione a letto, ospite di una famiglia medio borghese parigina, incontrando il suo professore per la tesi due volte all’anno, come lui stesso riferisce.
Talvolta sono tentato di pensare che anche molti dei poliziotti proletari avrebbero saputo scrivere fior di romanzi o di componimenti, e perfino canzoni, se non avessero dovuto passare, invece, giornate sull’attenti, e serate a ingrassare le armi o lucidare tacchi d’ordinanza.
Con lo stesso spirito, a questo punto, passo sopra a quanto riferisce Steve Lacy sulla reciproca influenza tra il movimento di quegli anni e il jazz, col bebop che, partito appena pochi anni prima, trovava col beat una proficua interazione.
Fuori dell’infatuazione, inevitabile infatuazione per quegli anni dei nostri anni giovanili, cosa dovrei pensare, a freddo, intendo dire, anche del jazz, se non che comunque è un modo, uno dei tanti, per affermare una certa, imponente egemonia culturale nello scacchiere della geopolitica giocata a tutto campo? C’è letteratura, su questo punto, del resto, non mi invento niente.
Cosa rimane della Beat Generation? Di questo oggetto controverso, se lo guardiamo oggi e senza romanticherie? Un Jack Kerouak che scrive quel che scrive e al contempo, per via dell’influenza d’una famiglia conservatrice, di una figura materna ingombrante e autoritaria, finisce per sostenere Nixon, per dire? Sia chiaro: lo dice uno che ha smesso da tempo di credere che ci siano sostanziali differenze tra elefanti e asinelli, nell’aia nordamericana, lì dove semplicemente tutto fa bistecca.
Che cosa rimane ancora nell’aria di quell’esplosione di idee apparentemente così giovani, antagoniste, antisistema?
Anni dopo, Michel Foucault, durante l’intero ciclo di lezioni tenute nell’anno 1976 al Collège de France, spiega ad altri giovani, in un contesto storico non meno critico, le pratiche politiche e le relazioni di potere attraverso il modello della guerra. Il nazismo, il socialismo, il razzismo, il sesso e la medicina, il controllo demografico e la malattia mentale, il campo del biologico, scandagliati tutti attraverso la lente del sapere-potere, indagati come pratiche di governo dell’esistente, potere devoluto al sovrano delegato delle società strutturate, passato per gradi dalla più rudimentale funzione omicidiale collettiva, affinato da funzione guerriera a militare a biologica, evoluto dal riconoscimento del potere sovrano di “lasciar vivere e far morire” fino al parossismo del “far vivere e lasciar morire” ed approdato al bio-potere totalizzante, che si rivolge al singolo individuo e alla massa nel suo insieme, al corpo e alla popolazione.
Che direbbe, oggi, nei giorni dello Pfizer o dello Sputnik, qualche sognante aedo beat, o propriamente beatnik?
A tre mesi di distanza dalla morte di Ferlinghetti, se ne va verso altri lidi Franco Battiato, che nella sua Up patriots to arms cantava: «Abbocchi sempre all'amo / Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia / Che crea falsi miti di progresso / Chi vi credete che noi siamo, per i capelli che portiamo? / Noi siamo delle lucciole che stanno nelle tenebre».
E allora, dimenticandoci degli insulti della Storia, che è abituata a ricordarci chi siamo quando noi vorremmo dimenticarlo, pensiamo al Ferlinghetti autore dei quindici principi che costituivano la sua Sfida per giovani poeti. Tra questi, arresi, leggiamo: «Essere poeti a sedici anni vuol dire avere sedici anni, essere poeti a quaranta vuol dire essere poeti. Siate entrambe le cose».
Grata mi è, accostandola a questo, la rilettura di Lezioni spirituali per giovani samurai di Yukio Mishima, dove ritrovo quelle righe che dicono: «Gli studenti che aderiscono a quel movimento [quel Zengakuren, movimento studentesco sorto nel 1948 e ispirato a teorie marxiste] mescolano infatti i loro sogni infantili al mondo degli ideali e della politica. Nessuno compie il primo passo della vita provando un immediato senso di appagamento. Pochi sono coloro che si considerano soddisfatti. L'insoddisfazione è comune anche a ogni rivoluzione, sia pur coronata da successo. Ed è da questa insoddisfazione che trae origine l'arte.»
E ripenso a quel verso di Bob Dylan che dice: «Qualcosa accade qui, ma non so cosa sia». Ecco. Un pezzo così, per esempio, scritto così, di getto e senza soppesarlo troppo, senza puntellarlo di citazioni plurime, puntute e inappuntabili, senza cura nell’argomentare e senza gana di dimostrare quel tanto – troppo – di troppo assertivo, potevo scriverlo a vent’anni, sull’onda delle discussioni d’una serata tra amici trascorsa un po’ sopra le righe. È una leggerezza che da anni non mi concedo quasi più.
Rocco Infantino