Dorfles e la passione per i libri

Piero Dorlfes

Imparare a comprendere ed apprezzare un testo. Questo il pensiero di Piero Dorfles, giornalista e critico letterario trai più affermati in Italia. lo abbiamo cercato perché solleticati dal suo ultimo libro, “I cento libri che rendono più ricca la nostra vita”, un saggio che racconta i romanzi che rappresentano i pilastri della letteratura mondiale. Piero Dorfles è nipote del noto critico d’arte Gillo Dorfles, frequentatore abituale della libreria di via Ripetta a Roma ideata e gestita dalla Signora Agnese De Donato che pure abbiamo ospitato in questa sezione della rivista. La sua formazione intellettuale ha sicuramente tratto giovamento dall’ambiente nel quale è cresciuto e i frutti di tali stimoli risiedono tutti nella sua vita spiritualmente ricca. E’ infatti stato responsabile dei servizi culturali del Giornale Radio Rai ed ha condotto il programma televisivo “Per un pugno di libri” in onda su Rai 3. Ha curato dal 2007 la rubrica radiofonica “Il baco del millennio” per Radiouno. Ha scritto vari libri tra cui “Atlante della radio e della televisione” (Nuova ERI 1988), “Guardando all’Italia” (Nuova ERI 1991), “Carosello” (Il Mulino 1998) e “Il ritorno del dinosauro, una difesa della cultura” (Garzanti libri 2010). Piero Dorfles è stato ospite di Gocce d’autore a Potenza per la presentazione del suo ultimo lavoro nel giugno 2014 e oggi lo abbiamo contattato per un dialogo sul valore della lettura e dei libri e sul loro rapporto con la popolazione. Ma prima di tutto gli abbiamo chiesto come e quando nasce la sua passione per i libri e chi per primo lo ha avviato alla pratica della lettura. Lui ci ha risposto così:    

 

“Credo che nasca con le letture che mia madre faceva a me e a mia sorella la sera, prima che ci addormentassimo. A partire da Pinocchio per passare a Salgari e a Verne.”

 

La lettura è una forma di assoluta dedizione che occorre saper coltivare. Per non sbagliare, soprattutto con gli adolescenti, qual è secondo lei l’approccio migliore per avvicinare i ragazzi ai libri? Quali insomma i libri da evitare e quelli da consigliare?

 

dialogare 2“Non sono sicuro che si tratti di dedizione, quanto di acquisizione di una competenza. Leggere, infatti, secondo me, non è in sé una passione ma una capacità, una competenza che, se coltivata, può produrre passione. Ecco perché non credo ci siano libri da consigliare e altri da evitare, perché coltivare la lettura è soprattutto coltivare la capacità di affrontare un testo scritto e di trarne informazione, sapere e piacere. Da piccolo ho avuto per le mani testi orribili, che però mi hanno permesso di esercitarmi ad avere dimestichezza con il meccanismo della lettura. Così penso che oggi il problema dei giovani non sia quello di affrontare letture "nobili" ed edificanti, ma di imparare a comprendere ed apprezzare un testo. Dunque va bene tutto, da Coelo a Kafka, da Baricco a Mann, da Geronimo Stilton all'Ulisse di Joyce. La capacità di giudicare i libri più adatti a sé e alla propria formazione verrà dopo. E non esiste un'età adatta: dai dodici anni in su, tutti possono leggere tutto. Meglio che un ragazzo incontri la descrizione di un rapporto sessuale nell'Amante di Lady Chatterley che in un giornalino pornografico.”

 

Quali sono, secondo lei, i libri che aiutano a crescere?

 

“Tutti. Ma i classici prima degli altri, proprio perché mettono in contatto con una forma di scrittura solida, con riferimenti importanti ai problemi dell'essere.”

 

E quali dovrebbero essere le letture degli adulti che vogliono cominciare a leggere?

 

“Stesso discorso del punto 2. Non c'è un metodo per imparare a leggere da adulti, né un testo migliore di un altro. C'è chi ha cominciato, magari dopo essere andato in pensione, con il Conte di Montecristo e chi con la Montagna incantata. A ciascuno il suo.”

 

Nella sua recente pubblicazione “I cento libri che rendono più ricca la nostra vita” passa in rassegna i classici della letteratura universale. Quelli che secondo Italo Calvino “non hanno mai finito quel che hanno dire”. E’ questa la chiave di lettura del suo libro?

 

“Veramente ho cercato di seguire un altro criterio. Calvino parla dei grandi classici in assoluto, mentre nei Centolibri io ho cercato di individuare i classici che hanno una certa popolarità, che sono entrati in un modo o nell'altro nell'immaginario letterario collettivo, quelli di cui si può parlare ovunque, in treno o in un articolo, al bar o in un programma tv, perché contengono riferimenti che sono comprensibili a tutti quelli che li hanno letti e rappresentano una forma di sapere collettivo da cui tutti traiamo immagini, tropi linguistici e archetipi del comportamento umano.”

 

A quale ricchezza si riferisce nel suo libro?

 

“Potrei dire che mi riferisco a una ricchezza spirituale, intellettuale, che è certo quella che il libro ispira in primis. Ma c'è qualcosa di più terreno e materiale, dovuto al fatto che chi più legge, più sa, più conosce, più pensa, più è ricco non solo intellettualmente, ma anche economicamente. I paesi dove si legge di più hanno la maggiore crescita del Pil, dei brevetti, dello sviluppo di nuove tecnologie, di servizi più efficienti. Se si tratta di una coincidenza, è una coincidenza non casuale, perché la lettura è in sé il più alto esercizio intellettuale che possa compiere l'uomo, e  - anche se non tutti i lettori e le persone colte sono migliori di quelle incolte - la intelligenza collettiva di un paese che legge è uno strumento di benessere e sviluppo che i paesi che non leggono non hanno.”

 

Si è buoni scrittori se si è buoni lettori. Quali sono i criteri, secondo il suo parere, per scrivere una buona storia?

  

“Credo che chi vuole scrivere debba prima aver letto e vissuto. La scrittura non è, come purtroppo molti pensano, il trasferire sulla carta sentimenti e sensibilità personali. E' la capacità di produrre in un racconto una realtà autonoma, realistica o fantastica che sia, che abbia una sua coerenza interna e rappresenti la trasfigurazione letteraria del nostro pensiero. La semplice trasposizione dell'esperienza in un racconto difficilmente sarà letteratura. Perché lo diventi è necessario che si sia sviluppato uno strumento di elaborazione analitica e critica che vada al di là del rispecchiamento del reale. Bisogna poi pensare che sono millenni che l'uomo racconta e scrive, e che è difficilissimo non ripercorrere sentieri già affollati. Ecco perché per scrivere è necessario conoscere bene i classici, capirne la chiave narrativa, lo strumento linguistico e l'elaborazione dei personaggi. Troppo spesso si pubblicano testimonianze sincere ma ingenue di persone che sentono il desiderio di condividere il loro vissuto ma non sono in grado di elaborarlo letterariamente. Tempo, fatica a carta sprecata.”

 

dialogare 1Qual è il suo rapporto con gli incipit? E qual è il suo incipit preferito?

 

“Gli incipit possono essere belli e terribili. A suo tempo Fruttero e Lucentini pubblicarono un libro con un centinaio degli incipit più significativi della letteratura mondiale. Rimando a quel testo. Io penso che alle volte - come in 100 anni di solitudine, o in Anna Karenina - un incipit dica più di un intero romanzo.”

 

Se dovesse scrivere un libro, dopo averne letti tanti, quale storia racconterebbe? Scriverebbe un romanzo o un racconto? E che tipo di scrittore si definirebbe: di montagna o di terre basse, per usare un’espressione di Giuseppe Lupo nel suo “Atlante immaginario. Nomi e luoghi di una geografia fantasma”?

 

“Se dovessi scrivere un romanzo vorrebbe dire che me ne è venuta l'ispirazione, e che sarei diventato un aspirante scrittore. Per ora non sono nemmeno quello, e quindi non posso classificarmi, perché non ho mai scritto nemmeno un raccontino.”

 

Se dovesse partire per un’isola deserta, quale libro porterebbe con sé?

 

“Mi scusi, ma per quale pazzesca casualità dovrei partire per un'isola deserta con un libro solo? Meglio niente, allora: Robinson se la cavava benissimo senza libri, e sono convinto che in un'isola deserta c'è un sacco di lavoro da fare, per sopravvivere.”

 

 

Eva Bonitatibus

Imparare a comprendere ed apprezzare un testo. Questo il pensiero di Piero Dorfles, giornalista e critico letterario trai più affermati in Italia. lo abbiamo cercato perché solleticati dal suo ultimo libro, “I cento libri che rendono più ricca la nostra vita”, un saggio che racconta i romanzi che rappresentano i pilastri della letteratura mondiale. Piero Dorfles è figlio del noto critico d’arte Gillo Dorfles, frequentatore abituale della libreria di via Ripetta a Roma ideata e gestita dalla Signora Agnese De Donato che pure abbiamo ospitato in questa sezione della rivista. La sua formazione intellettuale ha sicuramente tratto giovamento dall’ambiente nel quale è cresciuto e i frutti di tali stimoli risiedono tutti nella sua vita spiritualmente ricca. E’ infatti stato responsabile dei servizi culturali del Giornale Radio Rai ed ha condotto il programma televisivo “Per un pugno di libri” in onda su Rai 3. Ha curato dal 2007 la rubrica radiofonica “Il baco del millennio” per Radiouno. Ha scritto vari libri tra cui “Atlante della radio e della televisione” (Nuova ERI 1988), “Guardando all’Italia” (Nuova ERI 1991), “Carosello” (Il Mulino 1998) e “Il ritorno del dinosauro, una difesa della cultura” (Garzanti libri 2010). Piero Dorfles è stato ospite di Gocce d’autore a Potenza per la presentazione del suo ultimo lavoro nel giugno 2014 e oggi lo abbiamo contattato per un dialogo sul valore della lettura e dei libri e sul loro rapporto con la popolazione. Ma prima di tutto gli abbiamo chiesto come e quando nasce la sua passione per i libri e chi per primo lo ha avviato alla pratica della lettura. Lui ci ha risposto così:     

“Credo che nasca con le letture che mia madre faceva a me e a mia sorella la sera, prima che ci addormentassimo. A partire da Pinocchio per passare a Salgari e a Verne.”

La lettura è una forma di assoluta dedizione che occorre saper coltivare. Per non sbagliare, soprattutto con gli adolescenti, qual è secondo lei l’approccio migliore per avvicinare i ragazzi ai libri? Quali insomma i libri da evitare e quelli da consigliare?

“Non sono sicuro che si tratti di dedizione, quanto di acquisizione di una competenza. Leggere, infatti, secondo me, non è in sé una passione ma una capacità, una competenza che, se coltivata, può produrre passione. Ecco perché non credo ci siano libri da consigliare e altri da evitare, perché coltivare la lettura è soprattutto coltivare la capacità di affrontare un testo scritto e di trarne informazione, sapere e piacere. Da piccolo ho avuto per le mani testi orribili, che però mi hanno permesso di esercitarmi ad avere dimestichezza con il meccanismo della lettura. Così penso che oggi il problema dei giovani non sia quello di affrontare letture "nobili" ed edificanti, ma di imparare a comprendere ed apprezzare un testo. Dunque va bene tutto, da Coelo a Kafka, da Baricco a Mann, da Geronimo Stilton all'Ulisse di Joyce. La capacità di giudicare i libri più adatti a sé e alla propria formazione verrà dopo. E non esiste un'età adatta: dai dodici anni in su, tutti possono leggere tutto. Meglio che un ragazzo incontri la descrizione di un rapporto sessuale nell'Amante di Lady Chatterley che in un giornalino pornografico.”

http://oubliettemagazine.com/wp-content/uploads/Per-un-pugno-di-libri-2014.jpg

Quali sono, secondo lei, i libri che aiutano a crescere?

“Tutti. Ma i classici prima degli altri, proprio perché mettono in contatto con una forma di scrittura solida, con riferimenti importanti ai problemi dell'essere.”

E quali dovrebbero essere le letture degli adulti che vogliono cominciare a leggere?

“Stesso discorso del punto 2. Non c'è un metodo per imparare a leggere da adulti, né un testo migliore di un altro. C'è chi ha cominciato, magari dopo essere andato in pensione, con il Conte di Montecristo e chi con la Montagna incantata. A ciascuno il suo.”

Nella sua recente pubblicazione “I cento libri che rendono più ricca la nostra vita” passa in rassegna i classici della letteratura universale. Quelli che secondo Italo Calvino “non hanno mai finito quel che hanno dire”. E’ questa la chiave di lettura del suo libro?

“Veramente ho cercato di seguire un altro criterio. Calvino parla dei grandi classici in assoluto, mentre nei Centolibri io ho cercato di individuare i classici che hanno una certa popolarità, che sono entrati in un modo o nell'altro nell'immaginario letterario collettivo, quelli di cui si può parlare ovunque, in treno o in un articolo, al bar o in un programma tv, perché contengono riferimenti che sono comprensibili a tutti quelli che li hanno letti e rappresentano una forma di sapere collettivo da cui tutti traiamo immagini, tropi linguistici e archetipi del comportamento umano.”

A quale ricchezza si riferisce nel suo libro?

 

“Potrei dire che mi riferisco a una ricchezza spirituale, intellettuale, che è certo quella che il libro ispira in primis. Ma c'è qualcosa di più terreno e materiale, dovuto al fatto che chi più legge, più sa, più conosce, più pensa, più è ricco non solo intellettualmente, ma anche economicamente. I paesi dove si legge di più hanno la maggiore crescita del Pil, dei brevetti, dello sviluppo di nuove tecnologie, di servizi più efficienti. Se si tratta di una coincidenza, è una coincidenza non casuale, perché la lettura è in sé il più alto esercizio intellettuale che possa compiere l'uomo, e  - anche se non tutti i lettori e le persone colte sono migliori di quelle incolte - la intelligenza collettiva di un paese che legge è uno strumento di benessere e sviluppo che i paesi che non leggono non hanno.”

Si è buoni scrittori se si è buoni lettori. Quali sono i criteri, secondo il suo parere, per scrivere una buona storia?

  

“Credo che chi vuole scrivere debba prima aver letto e vissuto. La scrittura non è, come purtroppo molti pensano, il trasferire sulla carta sentimenti e sensibilità personali. E' la capacità di produrre in un racconto una realtà autonoma, realistica o fantastica che sia, che abbia una sua coerenza interna e rappresenti la trasfigurazione letteraria del nostro pensiero. La semplice trasposizione dell'esperienza in un racconto difficilmente sarà letteratura. Perché lo diventi è necessario che si sia sviluppato uno strumento di elaborazione analitica e critica che vada al di là del rispecchiamento del reale. Bisogna poi pensare che sono millenni che l'uomo racconta e scrive, e che è difficilissimo non ripercorrere sentieri già affollati. Ecco perché per scrivere è necessario conoscere bene i classici, capirne la chiave narrativa, lo strumento linguistico e l'elaborazione dei personaggi. Troppo spesso si pubblicano testimonianze sincere ma ingenue di persone che sentono il desiderio di condividere il loro vissuto ma non sono in grado di elaborarlo letterariamente. Tempo, fatica a carta sprecata.”

Qual è il suo rapporto con gli incipit? E qual è il suo incipit preferito?

“Gli incipit possono essere belli e terribili. A suo tempo Fruttero e Lucentini pubblicarono un libro con un centinaio degli incipit più significativi della letteratura mondiale. Rimando a quel testo. Io penso che alle volte - come in 100 anni di solitudine, o in Anna Karenina - un incipit dica più di un intero romanzo.”

http://www.bookville.it/public/books/front/9788811687481.jpgSe dovesse scrivere un libro, dopo averne letti tanti, quale storia racconterebbe? Scriverebbe un romanzo o un racconto? E che tipo di scrittore si definirebbe: di montagna o di terre basse, per usare un’espressione di Giuseppe Lupo nel suo “Atlante immaginario. Nomi e luoghi di una geografia fantasma”?

“Se dovessi scrivere un romanzo vorrebbe dire che me ne è venuta l'ispirazione, e che sarei diventato un aspirante scrittore. Per ora non sono nemmeno quello, e quindi non posso classificarmi, perché non ho mai scritto nemmeno un raccontino.”

Se dovesse partire per un’isola deserta, quale libro porterebbe con sé?

“Mi scusi, ma per quale pazzesca casualità dovrei partire per un'isola deserta con un libro solo? Meglio niente, allora: Robinson se la cavava benissimo senza libri, e sono convinto che in un'isola deserta c'è un sacco di lavoro da fare, per sopravvivere.”

Eva Bonitatibus

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