Sia detto a beneficio delle giovani generazioni, non era quella di Toni Servillo: Giulio Andreotti aveva una faccia tutta sua. E alla faccia delle maschere di altri ministri degli esteri che oggi non apprestano un’espressione manco alle più tragiche sciagure dei nostri giorni, lui lo diceva usandola, la sua faccia: amo così tanto la Germania che preferisco che ce ne siano due. Era il 1984. E aveva ragione. Purtroppo.
In Germania, giusto cent’anni fa, nel 1926, Thea von Harbou pubblicava Metropolis, un romanzo futuristico e distopico, destinato a diventare famoso e molto, viepiù per via del film omonimo che Fritz Lang trasse dalla sceneggiatura che la scrittrice stessa aveva steso in parallelo, seppur priva, pare, di note di regia.
Metropolis, lo dico in due parole due perché davvero non immagino chi possa non averne mai sentito parlare, è la città che von Harbou collocava nel 2026, allora futuro puro. Una città essenzialmente verticale: nei grattacieli i ricchi e i potenti, e i poveri e la classe operaia – oddìo, l’ho detto davvero! – a sopravvivere, straccarsi e faticare nel sottosuolo. Gli operai, file interminabili di uomini vestiti dal collo fino alle caviglie di lino blu scuro, con i piedi nudi stretti in scarpe rigide e sulla testa cavati berretti neri, sono governati dalle macchine, dalle loro esigenze, dai loro ritmi, dalla incessante, pesante e pressante necessità del loro funzionamento. Sembrano tutti avere diecimila anni, la testa penzolante, penzolanti anche le mani strette nei pugni. I ricchi vedono accrescersi le proprie ricchezze altrettanto incessantemente a ogni giro di ruota delle macchine, e mandano i propri rampolli ad ammazzare il tempo nel “Club dei figli”, un quartiere con teatri e cinematografi, piste, biblioteca, stadio, e circondario di abitazioni residenziali pullulanti di servitori e belle cameriere beneducate, allegre ma senza brio, che somigliano a tenere bambole di porcellana. Poi, sì, c’è anche Yoshiwara, uno di quei locali ambigui dove tutto, proprio tutto, ogni piacere è possibile, ottenibile con la forza persuasiva del denaro. A dominare la città, a tenere tutto è un unico padrone temuto e incontrastato. Joh Fredersen: «Egli è come la Terra, nei confronti della quale non possiamo avere nessuna volontà. Le sue leggi ci tengono eternamente in posizione verticale rispetto al suo centro, anche se ci mettiamo con i piedi per aria. Se Joh Fredersen lascia libero qualcuno, allora è come se la Terra gli togliesse la forza di gravità. Significa cadere nel nulla».[1]
La divisione in classi e per funzioni della società, con corollario plastico di strutturazione urbanistica, viene messa in crisi, nella trama del volume, da una storia d’amore – banalizzo, evidentemente, perché detesto le storie d’amore nei libri – che viene a tessersi tra Freder, unico figlio del tirannico dominatore di Metropolis e Maria, giovane che appartiene invece alla classe subalterna. Intreccio trito, si osserverà, e non m’oppongo, col figlio del padrone che per amore della fanciulla viene colto dal sacro fuoco della ribellione contro l’ordine delle cose, che magari potrebbe sembrare una specie d’oggettivazione della necessità naturale d’uccidere il padre, perché tutt’a un tratto diventa consapevole, e compartecipe, della miseria e della insostenibilità della condizione del vivere da subalterni. E in quest’intreccio a prezzo di saldo c’è pure spazio per uno scienziato pazzo che costruisce un robot a immagine e somiglianza della bella Maria, con il/la quale viene a architettarsi un tentativo di ribellione, “dal basso”, delle “masse”. Ma smettere di lavorare per darsi alla rivolta, sabotare le macchine e interrompere la produzione determina inevitabilmente, per come sono architettate colà le cose urbane, l’allagamento dei sotterranei. Se non si fatica, dunque, s’affoga. E se il lettore, pure lui, non affoga prima della fine di questa lettura, nelle ultime pagine troverà che tutto si ricompone, non certo in forza d’una rivoluzione degli ultimi, bensì grazie a un accordo tra il padrone e gli operai, cui fanno da mediatori e da garanti proprio i due piccioncini innamorati, Fredersen, il figlio di Joh e la Maria quella vera, non il suo malvagio clone (bolscevico?).
Sto imparando da me, in questi anni di letture provocate, devotamente dedicate alla Direttora, che gli autori distopici ci hanno per lo più questa caratteristica, questa insolente inclinazione ad azzeccare ogni più oscura previsione. Più imbrattano le pagine col nero di seppia più risultano verosimili, tanto che a volte mi sembra di sospettare che più che verosimili loro, risultino convincenti, illuminanti, ispiratori per qualcun altro.
In che differenziano le nostre città da Metropolis, dove per città, beninteso, possiamo intendere ogni strutturazione sociale, a grandezza di scala variabile? Poco, quasi niente. Peraltro, oggi ci attardiamo ancora a non distinguere la vera Maria dal robot. E magari noi, qui, oggi, non abbiamo ancora messo a fuoco un punto. Piccolo, epperò esiziale. La tecnologia maligna tratteggiata da von Harbou segnava la strada della rivolta dei subalterni al potere dei dominatori della città. La tecnologia che conosciamo noi oggi, per sua raggiunta raffinatezza indistinguibile dalle vere Marie, non è orientata alla rivoluzione bensì al controllo, di quelle stesse masse, al dominio per distrazione, alla loro totale soggezione. Tanto, fino al momento della loro soppressione, come sarà pur scritto in qualche agenda. Se non del 2030, di poco oltre.
Thea von Harbou, scrittrice, sceneggiatrice, passata dalla culla di una delle antiche famiglie della nobiltà tedesco-danese alla ribalta della più riconosciuta notorietà nel campo della cinematografia del Terzo Reich, grata la sua convinta adesione al nazismo, non poteva certo dare alle stampe un lavoro che non respingesse la prospettiva allora attualissima, e il rischio, della Rivoluzione d’Ottobre. E allora scrive, invece, che quelle stesse masse che altrove avevano finito per rovesciare uno status quo, nella sua città ideale si sarebbero apprezzabilmente, lodevolmente convinte che è molto meglio mettersi d’accordo col padrone, stringergli la mano.
Questo lo dice chiaramente, l’Autrice, lo scrive anzi affidando questo suo libro alle mani di Fritz Lang, regista, il quale per avventura fu pure suo marito. «Questo libro è un accadere che si sviluppa intorno a un solo principio: a mediare tra il cervello e le mani dev’essere il cuore», si legge prima della storia, nel testo. E si comprende quale sia il cervello e quali le mani, nella città del 2026 delineata cent’anni prima da von Harbou. Il “capo” e le “masse”, concordi. Come, per l’appunto, nell’ideale nazionalsocialista allora in culla. «Non si può fare nessun film che abbia una valenza sociale,» le risponde Fritz Lang stesso mezzo e a stretto giro, come può leggersi in esergo al volume nell’edizione che cito in nota, «quando si afferma che a mediare tra il cervello e le mani debba essere il cuore. Penso che questa sia solo una fiaba, veramente. Ma io mi interesso di macchine». Secco, non gliele manda a dire, direi.
Pure questo fatto dell’essere Metropolis, il libro, una fiaba, aggiungo, non è per niente sbagliato. È scritto come una fiaba – beninteso, io ne leggo una traduzione e non l’originale – e si sviluppa come una fiaba. Ed è noioso, come una fiaba, quando non è rivelatore. I commentatori, quelli veri, non mancano di notare che l’opera attinga a piene mani alla cultura, alla mitologia, alla tradizione, alla superstizione, magari anche, al messianismo germanici. Il testo è disseminato di simboli e richiami direi evidenti, che noto persino io e che certo non sono io a scoprire.
Che dire? A cent’anni esatti da allora, abbiamo ancora, qui da noi, ben piantati nel nostro presente, le dieci, cento, mille Metropolis che nutrono, rimpinzano, ingozzano i vari Fredersen della modernità, e ovunque masse crescenti di sfruttati del sottosuolo, ostaggi incatenati alle macchine e alla logica produzione/consumo, che non hanno neanche più la lucidità per scegliere se crepare di fatica o affogare. Figurarsi se possano avere, in questo ingranaggio triturante, sotto le nostre architetture del potere assieme più impalpabili ma più finemente verticali di quelle disegnate da von Harbou, di quelle proiettate da Fritz Lang, figurarsi se possano avere queste masse un attimo di tempo per capire che un’altra prospettiva è possibile.
E abbiamo ancora, a cent’anni da allora, la Germania. Una. Che non smette di voler fare i conti con quei maledetti bolscevichi, pure se l’Ottobre a quelle latitudini è passato da un bel pezzo. Un che di fiabesco l’avrebbe, a dirla tutta, pure la ricostruzione del motto andreottiano. Pare che quella precisa espressione con cui apro questo pezzo non fosse del nostro statista, che comunque non ha mai ufficialmente smentito d’averla pronunciata, bensì di Françoise Mauriac, lo scrittore, che avrebbe avuto appunto a dire “J’aime tellement l’Allemagne que je suis ravi qu’il y en ait deux”, interpretando così il pensiero di De Gaulle.
Questo si apprende a leggere oggi un sapido intervento di Umberto Vattani sulle pagine di Studi Urbinati di Scienze Giuridiche, Politiche ed Economiche. Vattani è diplomatico di lungo corso, uno che ha fatto insomma di quei mestieri, chessò, come l’arrotino, di quei mestieri cioè che in Italia vanno scomparendo. Intervenendo qualche anno fa a un convegno sulla riunificazione della Germania[2], Vattani riferisce una versione un po’ più articolata del pensiero di Andreotti, che all’epoca rivestiva il ruolo di ministro degli Esteri: «Qual è la preoccupazione che c'era fortemente in molti Paesi, a cominciare dalla Polonia, in altri Paesi del blocco di Varsavia, ma diciamo pure anche in altri Paesi fuori dal Patto di Varsavia? Noi siamo tutti d'accordo che le due Germanie abbiano dei buoni rapporti, questo è un contributo alla pace che nessuno sottovaluta, però sia chiaro che non bisogna esagerare in questa direzione, cioè bisogna riconoscere che il pangermanesimo è qualche cosa che deve essere superato: esistono due Stati germanici e due Stati germanici devono rimanere».[3] Era il settembre del 1984, ricorda Vattani, e solo pochi anni dopo, mentre a Est accadevano cose, cose che per lo più oggi la classe dirigente di questo Paese pare non ricordare o non conoscere, a Roma un nuovo leader democristiano si preoccupava, anche nei confronti istituzionali con il presidente statunitense, di tenere insieme in una visione organica le relazioni europee con le relazioni con l’Est europeo. Ciriaco De Mita, da Presidente del Consiglio, riferendosi alla Germania, diceva a Reagan: «È possibile che avendo acquisito un così grande peso nella sfera economica, lasciata a sé stessa, possa muoversi in direzioni diverse, al di fuori di una strategia occidentale».[4] E poi, rivolto non a Reagan bensì a Gorbaciov, durante una importante visita di Stato a Mosca, dal 13 al 16 ottobre 1988, «abbiamo lavorato quarant’anni», disse «per evitare la guerra. È ora giunto il momento di costruire la pace».[5]
Giulio Andreotti è nuovamente lui il Presidente del Consiglio il 9 novembre 1989, quando cade il muro di Berlino, e il successivo 28 novembre, mentre riceve a Roma Mikhail Gorbaciov, da Berlino arriva l’annuncio non concordato che Helmut Kohl aveva presentato poche ore prima al Bundestag un programma operativo in dieci punti per arrivare alla “unificazione statale della Germania”. Questa fuga in avanti mette in pericolo gli stessi principi della Carta di Helsinki, tanto che perfino la signora Thatcher, non una suora, se ne dice preoccupata, ben sapendo che «È nella natura dei tedeschi di guardare ad Est».
Ho citato Gorbaciov. Mikhail Gorbaciov ebbe un notevolissimo successo di pubblico, qui in Europa e in Occidente. Da noi spopolò per esempio con il suo Perestrojka. Il nuovo pensiero per il nostro Paese e per il mondo, edito da Arnoldo Mondadori: a metà del 1988 era già alla settima ristampa e alla fine dello stesso anno uscì nell’edizione economica tascabile; si parlò di più di trecentomila copie vendute solo in Italia, i cui diritti l’allora direttore editoriale di Mondadori, Giordano Bruno Guerri, pare che se li fosse assicurati per una cifra, allora astronomica, di duecentocinquanta milioni di lire; un panorama di citazioni che soltanto sulla carta stampata si contarono a decine di migliaia. Un bel volume, insomma, con coperta rigida e sovraccoperta rosse, che lontano dagli echi delle mode del momento, io suggerirei di rileggere con attenzione oggi. Se è troppa fatica, si può andare, sul punto, alle pagine 266 e seguenti, dove è riassunto in poche parole il nocciolo di questa questione tedesca e la si mette in relazione, correttamente, con la questione europea e il tema del disarmo nelle relazioni Est-Ovest.
Furono gli angloamericani durante la guerra a ideare la spartizione della Germania, spartizione alla quale dapprima l’Unione Sovietica s’era opposta, ricorda Gorbaciov, che aggiunge «Il senso della realtà non ci abbandonò. Non confondemmo il popolo tedesco con il regime nazista, e non lo accusammo per le sofferenze che ci aveva causato l’aggressione hitleriana».[6] E dopo appena poche righe, aggiunge: «Parlando con i dirigenti stranieri a volte domando direttamente: “Credete che l’Unione Sovietica intenda attaccare il vostro paese e l’Europa occidentale in generale?”. Quasi tutti mi rispondono: “No, non lo crediamo”. [...] L’Unione Sovietica ha dimostrato un’immensa fiducia nell’Europa occidentale durante gli attuali negoziati per il disarmo, accettando di non tener conto del loro potenziale nucleare. La motivazione principale di questa decisione è che noi escludiamo, persino con il pensiero, e soprattutto nei nostri piani strategici, la possibilità di una guerra con la Gran Bretagna o con la Francia e ancor più con gli Stati europei non nucleari».[7]
Ma se non lo comprendemmo allora, che ancora un poco ci informavamo, noi persone comuni, figurarsi come possiamo mai capirla adesso, la nostra realtà figlia delle storie di ieri, adesso che i libri a stampa non li leggiamo, il calendario appeso al muro l’abbiamo stracciato foglio a foglio per tutti i fogli che venivano prima del febbraio 2022, e non siamo più nelle condizioni di essere un minimo correttamente informati. «È tempo di porre fine alle menzogne sull’aggressività dell’Unione Sovietica», tuonava dalla stessa pagina il povero Gorbaciov, «Mai, in nessuna circostanza, il nostro paese darà inizio alle operazioni militari contro l’Europa occidentale a meno che noi e i nostri alleati veniamo attaccati dalla NATO! Mai, lo ripeto, mai!».
Cito Gorbaciov e non altri per via proprio del suo successo – anche – editoriale di allora, presso di noi, e nonostante non mi fosse e non mi sia stato molto simpatico. Avviò, è vero, un necessario processo di rinnovamento dell’Unione Sovietica, fors’anche di “democratizzazione”, come tutti amano dire, salvo doversi spiegare prima o poi la democrazia – vera, sostanziale, etimologicamente pura – cos’è, se c’è, dov’è, e risultati ne ottenne, almeno nel riavviare un percorso verso la riduzione degli armamenti, anche strategici, delle armi chimiche, delle armi anche nucleari di medio raggio. Cose che oggi nessuno vuole più ricordare, e a ricordarle alle nostre maturamente democratiche latitudini si rischia, magari. Non mi è stato simpatico, Mikhail, per via del fatto che doveva meglio comprendere il rischio di governare una città complessa come l’Unione Sovietica, e purtroppo finì, animato dalle migliori intenzioni, per mettere una grande realtà continentale nelle mani di un ubriacone che tra le prime cose che fece, scimmiottando quest’occidente, avviò la privatizzazione di immensi patrimoni di beni pubblici. Ma non divago oltre. Aggiungo solo che oggi non sono loro, quelli che una volta vedevamo idealmente “confinati” oltre cortina, a non poter leggere i nostri giornali e a non poter guardare i nostri canali di informazione, bensì siamo noi europei occidentali, a non poterci fare un’idea di come stanno le cose ascoltando anche la campana russa. Ecco, in Germania, per esempio, tre persone sono state di recente perseguite penalmente per aver diffuso ripetutamente, su un sito Internet accessibile gratuitamente al pubblico, video provenienti dal canale RT – Russia Today Germany, e questo perché in tutta l'Unione europea, gli «operatori» non sono autorizzati a diffondere i contenuti di tale canale.[8]
Metropolis, dicevamo. 1926. 2026, Osnabrück, cittadina di centosessantamila abitanti della Bassa Sassonia. Assieme a quelli di Dresda e di Wolfsburg, sede di uno degli stabilimenti storici della Volkswagen, nota casa automobilistica, nevvero. Crisi. Niente più automobili per il popolo. La società ha raggiunto un accordo con la Bassa Sassonia e il fondo Aurelius per la vendita del sito. Il primo progetto industriale prevede una collaborazione con Rafael Advanced Defense Systems per la produzione di sistemi di difesa aerea destinati alla Germania e all'Europa, così ci informano gli organi deputati.[9] Faticare o affogare.
Nella interessante introduzione, che propone un parallelo tra il film e il romanzo quale una delle chiavi interpretative dell’opera, Giorgio De Vincenti dedica una riflessione stimolante allo scostamento tra la verticalità del romanzo versus l’orizzontalità del film. Quella che dovrebbe occupare noi, oggi, è anch’essa una riflessione su uno scostamento di quel genere. Lo scontro che forzatamente si tenta di legittimare oggi quale scontro “orizzontale” tra territori, non è nelle cose, ed è assolutamente inviso, ne sono convinto, alla maggioranza di tutte le popolazioni delle parti coinvolte in questa crisi conflittuale. La logica stessa dello scontro, oltre che la sua prospettiva, qualunque esito dovesse avere una guerra come rabbiosamente bramata dalle classi dirigenti europee, è una logica che porta alla macellazione delle tute blu, e alla conservazione dei padroni.
L’unica prospettiva possibile, oggi, è quella di una dialettica verticale tra i tanti abitanti del sottosuolo, di tutti i sottosuoli, e i vari Joh Fredersen di Metropolis. Sapendo, come facilmente persino un fesso come chi scrive lo scriveva già dieci anni fa su queste stesse colonne, sapendo che quella di Fredersen oggi è solo una maschera, come quella di Toni Servillo. Oggi, Joh Fredersen è il professor Rotwang. Ma per stare sicuri...
Rocco Infantino©
[1] Thea von Harbou, Metropolis, Edizioni Studio Tesi, Pordenone, 1993, p. 98.
[2] Umberto Vattani, Giulio Andreotti e Helmut Kohl: la riunificazione della Germania, lezione per oggi, in Studi Urbinati. Annuario di Scienze Giuridiche, Politiche ed Economiche, Urbino, 2023, Atti del Convegno Giulio Andreotti ed Helmut Kohl. La riunificazione della Germania, lezioni per oggi, 28/29 ottobre 2021, Palazzo Battiferri, Urbino.
[3] U. Vattani, Giulio Andreotti e Helmut Kohl: la riunificazione della Germania, lezione per oggi, cit., pp.20/21.
[4] Ibidem, p.23.
[5] Ibidem, p.24.
[6] Mikhail Gorbaciov, Perestrojka. Il nuovo pensiero per il nostro Paese e per il mondo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1987, pp.268/269.
[7] Ibidem, p.271.
[8] Sintesi e pronuncia possono trovarsi qui: https://curia.europa.eu/site/upload/docs/application/pdf/2026-07/cp260094it.pdf; https://infocuria.curia.europa.eu/tabs/document/C/2025/C-0067-25-00000000RP-01-P-01/ARRET/322917-IT-1-html (ultima consultazione 13.09.2026, h.17.27).
[9] https://tg24.sky.it/economia/2026/09/07/volkswagen-riconversione-stabilimento-germania-difesa (ultima consultazione:13.09.2026, h. 18.40)