«Lo spettacolo della natura che forse più ci turba per la sua ambiguità, è quello della malinconia dell’orango, nel profondo misterioso della foresta»[1]. Questo trovo scritto in un vecchio libriccino di José Ortega y Gasset, fissato quasi in cima a una riflessione che impegna il filosofo sul fenomeno della traduzione. Normalmente gli animali sono felici, lui sostiene, mentre gli uomini, loro, sono sempre malinconici, perché tutte le attività umane sono irrealizzabili.
Invece che accordarmi subito al tema dell’autenticità – o della impossibilità – della traduzione di un testo scritto in una lingua diversa da quella originale, che è l’oggetto di quell’intervento di Ortega, mi viene da provare intanto, non senza timore, una domanda più ampia: cosa c’è di autentico in quello che un uomo scrive?
Se per autenticità, saggiandone evidentemente soltanto un aspetto, intendessimo l’esatta corrispondenza tra quello che si scrive e la realtà descritta, temo che il discorso potrebbe esser chiuso in poche righe. Gli argomenti ci sono, sono conosciuti, sono risalenti, affondano le proprie origini, per rimanere nel nostro orticello culturale occidentale e richiamando le sempre illuminanti esperienze della filosofia classica, e sono ancora più o meno quelli, nel ragionamento che Socrate andava srotolando con Fedro nella loro camminata sulla sponda dell’Ilisso, secondo quello che scrive Platone.
Era contrario, Socrate, fatto risaputo, all’uso della parola scritta, perché nello scritto si opera necessariamente, inevitabilmente una riduzione del messaggio. Il rapporto sui fatti viene ridotto quasi a verbalizzazione da questurini (lui non la esprimeva così, ma insomma). Tutto il patrimonio e il portato dell’esperienza della quale ci si sforza di riferire viene depauperato, tagliato, sfrondato dell’infinito numero degli accessori, i più dei quali indicibili, irriferibili, magari anche sconosciuti, incompresi, “coperti” agli occhi stessi dell’osservatore / estensore. Questo mi par di capire. «Perché vedi, o Fedro, la scrittura è in una strana condizione, simile veramente a quella della pittura. I prodotti cioè della pittura ci stanno davanti come se vivessero; ma se li interroghi, tengono un maestoso silenzio. Nello stesso modo si comportano le parole scritte: crederesti che potessero parlare quasi che avessero in mente qualcosa; ma se tu, volendo imparare, chiedi loro qualcosa di ciò che dicono esse ti manifestano una cosa sola e sempre la stessa»[2]. L’argomento di quella remota chiacchierata persa nella sbiadita classicità era un discorso di Lisia cui Fedro aveva assistito, discorso incentrato a sua volta sul tema dell’amore.
Aujourd'hui, molti discorsi sull’amore non se ne ascoltano. Piuttosto, dovunque spuntano tanti Dottor Stranamore, e da ogni parte acriticamente amplificata si solleva la voce unisona di ogni capo di governo continentale che ottusamente, incessantemente, non parla d’amore ma di guerra, come fosse cosa banale o naturale addirittura, ogni capo di governo sta lì a dirti “How I learned to stop worrying and love the bomb”.
Ma pure se parlassimo della realtà della guerra, tanto per buttare giù un nome di uno dei più grandi storici del Novecento, uno che può vantare d’essere stato torturato e poi assassinato dalla Gestapo nel 1944, diciamo che già Marc Bloch aveva detto quel qualcosa che c’era da dire sulla genuinità dei discorsi sulla guerra. Lo storico partiva, nel 1921, da uno spontaneo interesse per i progressi allora compiuti dalla psicologia della testimonianza.
«In una deposizione normale, in cui cioè si mescolano vero e falso, niente in genere è più inesatto di ciò che tocca tutti i piccoli particolari materiali, come se la maggior [parte] degli uomini si muovessero con gli occhi socchiusi in un mondo esterno che non si degnano di guardare»[3]. All’errore non ci si fa caso, o al più lo si considera un corpo estraneo rispetto a quanto si dà per acquisito. Eppure, l’errore o, se vogliamo, la fenomenologia dell’errore, per dirla così, è un elemento illuminante, se solo si considerano le dinamiche che lo favoriscono, lo amplificano, lo rendono soggetto, quando non protagonista, a sua volta, del processo storico. Difatti, «l'errore si propaga, si amplifica, vive, infine, a una sola condizione: trovare nella società in cui si diffonde un terreno di coltura favorevole. In esso gli uomini esprimono inconsciamente i loro pregiudizi, gli odi, i timori, tutte le loro forti emozioni. [...] Solo grandi stati d'animo collettivi hanno il potere di trasformare in leggenda una percezione alterata»[4].
Da qui, l’opinione dello studioso che riteneva utile che la psicologia della testimonianza migrasse dal campo della psicologia individuale a quello della psicologia sociale, viepiù considerando che in quegli anni – in quegli anni? – si fosse prodotta «una sorta di vasto esperimento naturale. Tale, infatti, si può considerare la guerra europea: un immenso esperimento di psicologia sociale di inaudita ricchezza»[5].
In caso di guerra, la falsa notizia di stampa risulta ancora un caso interessante perché, fatta tara di una certa ingenuità che non può non riconoscersi anche ai giornalisti in quanto appartenenti anch’essi tutto sommato al genere umano, «di solito, essa rappresenta qualcosa di assai poco spontaneo»[6], perché «la maggior parte di questi racconti era stata semplicemente preparata in anticipo»[7], perché infine «una falsa notizia nasce sempre da rappresentazioni collettive che preesistono alla sua nascita; essa solo apparentemente è fortuita o, più precisamente, tutto ciò che in essa vi è di fortuito è l’incidente iniziale, assolutamente insignificante, che fa scattare il lavoro dell’immaginazione; ma questa messa in moto ha luogo soltanto perché le immaginazioni sono già preparate e in silenzioso fermento»[8]. Questo scriveva Marc Bloch nel 1921. Un secolo fa. Oggi è certamente diverso. Per esempio, oggi si scrive ovunque che la Russia vuole invadere l’Europa.
In fin dei conti, è un esercizio come un altro quello di tentare di schivare il disgusto e fortunatamente la letteratura custodisce in sé entrambe queste doti, quella d’essere arma cioè e quella d’essere riparo, secondo i bisogni e secondo i momenti. Allora, proverei a modulare diversamente la domanda iniziale, a trasformarla, forse più temerariamente in: cosa c’è di autentico in un uomo che scrive?
Già Bloch lo storico dal suo punto di vista, per ovviare ai problemi sopra esposti circa la falsità delle notizie sulla guerra, ad esempio, ammoniva come relazioni frequenti tra gli uomini, magari in una società a maglie strette fondata su legami forti potesse favorire senz’altro il confronto fra diverse versioni dei fatti, eccitare positivamente il senso critico. Dopo innegabili progressi, da allora, siamo oggi saldi a tenere la rotta in questa auspicata direzione? Non saprei. Ma non divago.
«Quando conversiamo, viviamo nella società, quando pensiamo restiamo soli»[9], va rimuginando intanto il mio autore d’apertura, e aggiunge che se siamo anche noi minimamente convinti che il linguaggio non riesca a esprimere propriamente “tutto” quello che pensiamo, non possiamo non concludere che esprimendoci, e cioè parlando o scrivendo, rinunciamo a dire molte cose, passiamo cioè sotto silenzio inesorabilmente e consapevolmente parte della nostra realtà. E quando, seguendo questo crinale, Ortega arriva a citare Goethe, per affermare con lui che ciò che è umano è vissuto completamente soltanto da tutti gli uomini nel loro insieme, ecco che, mi pare, come corollario se ne viene verso di noi il fatto che una parte, una qualunque parte di questo organismo umano totale non potrebbe esprimere niente di intrinsecamente autentico. Per dire: le nostre granitiche convinzioni potrebbero giovarsi – incredibilmente – anche di quel che dicono i russi. Per dire. Non intendo strumentalizzare oltre, a mia volta, per le utilità di questo modesto gioco, il pensiero del mio filosofo spagnolo, e travisare il senso stesso del discorso che cito, perché incentrato sul fenomeno della traduzione, ma c’è ancora uno spunto in quel che leggo nel libriccino che per primo ho citato, che bene mi pare che si attagli non soltanto allo specifico di versare uno scritto determinato dalla sua lingua originale in un’altra lingua, bensì al più ampio fenomeno del versare, del “tradurre” l’esperienza della realtà che alcuno si faccia in uno scritto, che ne restituisca, di quella, un resoconto che possa omologarsi come autentico. «La traduzione non è l’opera», sentenzia Ortega y Gasset, «ma un cammino verso l’opera»[10]. Così mi pare si possa impostare il tema stesso dello scrivere riguardo all’esperienza di vita.
Nel gennaio del 2019, in un intervento su queste stesse colonne, mi soffermavo su un vecchio tascabile della collana Oscar di Mondadori, in cui sono raccolte le lettere di Franz Kafka a Milena Jesenská[11]. Milena Jesenská, giornalista e scrittrice, nacque a Praga il 10 agosto 1896, per andare a morire nel 1945 nel campo di concentramento di Ravensbrück, un posto a circa novanta chilometri da Berlino, ivi deportata per la sua partecipazione alla resistenza antinazista. Jesenská si propose a Kafka proprio come traduttrice delle sue opere in ceco.
Da un volume scritto da Jana Černá, che di Jesenská era figlia, apprendo peraltro che quelle Lettere a Milena che ho letto negli Oscar Mondadori, alla cui interessante introduzione di Cinzia Calcagnile – sostituita poi in successive edizioni da altra firma – seguiva una premessa del curatore, quella corrispondenza tra i due iniziò proprio con il cominciare del rapporto professionale tra autore e traduttrice. Peraltro, e la cosa non mi lascia indifferente anzi un poco mi sgomenta, la figlia di Jesenská afferma apertamente che quella corrispondenza fu resa pubblica dopo la morte di lei «senza riguardo per il fatto che né lei né Kafka avessero dato l’assenso. Infatti non è vero ciò che sostiene il curatore, il signor Willi Haas. Milena non gli diede mai le lettere di Kafka con il permesso di disporne liberamente»[12].
La relazione tra Jesenská e Kafka occupa diverse pagine del libro di Černá, e si giova di una contestualizzazione utile a comprendere molte cose: il profilo umano profondo e angosciato di entrambi, per intanto, oltre che significativi elementi del paesaggio continentale europeo di quell’epoca, dei tormentati, contraddittori anni che sarebbero andati a cavallo delle due guerre mondiali, altro ancora. A tanto, la figlia della traduttrice di Kafka aggiunge elementi di adamantina purezza: «Tutto il loro amore, salvo rare eccezioni, fu vissuto nelle lettere. Non dovettero metterlo a confronto con la realtà»[13]. Il che è ancora, a ben guardare, un aspetto del tema intorno al quale – forse malamente – orbitiamo.
Černá rispolvera uno dei tanti articoli scritti dalla madre, uno dal titolo Il diavolo del focolare, nel quale lei stessa, Jesenská, scrive di non riuscire a smettere di domandarsi perché mai i matrimoni dovrebbero essere felici, partendo dalla premessa che tutti o quasi i matrimoni moderni fossero infelici, invece: «Perché le persone [...] si giurano qualcosa che non solo loro, ma il mondo, la natura, il cielo, il destino, la vita non riescono a realizzare e che mai niente e nessuno è riuscito a ottenere, perché pongono a un contratto terreno, concreto e materiale, condizioni da fantasia letteraria come la felicità? [...] perché le persone non si promettono che non trascureranno mai di portare a casa un’arancia in tasca, un mazzetto di viole, una matita nuova di zecca oppure un cartoccio di uva sultanina. [...] Perché non si promettono tutte queste “piccolezze” infinitamente difficili, che si possono mantenere ma non si mantengono mai, invece di cose così secondarie qual è la felicità?»[14].
Ecco che anche qui, se vogliamo, si affaccia quella malinconia dell’orango. Il fuoco, mi permetto di proporre, non va messo necessariamente sul matrimonio, ma sull’atteggiamento umano, che si carica se non dell’impossibile dell’iperbolico, quantomeno, alle volte per evitarsi la fatica di esperire per intero tutto il possibile, con ogni possibile grado di onestà. E quando Jesenská parla di lui, dello scrittore che lei ammira e del quale non a caso ha deciso di proporsi e proporglisi come traduttrice, ecco che per la penna di sua figlia viene alla luce una ulteriore, significativa verità. Jana Černá riporta una lettera della madre a Max Brod, di Kafka a sua volta amico e biografo: «Franz non è adatto a vivere. [...] Di certo tutti noi siamo apparentemente adatti a vivere. Perché ci siamo rifugiati nella bugia, nella cecità, nell’entusiasmo, nell’ottimismo, in una qualche convinzione, nel pessimismo, oppure in qualcos’altro ancora. Ma lui non si è mai rifugiato in nessun ricovero sicuro. È assolutamente incapace di mentire, così come è incapace di ubriacarsi. [...] È come se fosse nudo fra persone vestite. [...] Non è un uomo che ha costruito la propria ascesi come mezzo per raggiungere un qualche fine. È un uomo costretto all'ascesi dalla propria terribile chiaroveggenza, purezza e incapacità di scendere a compromessi.».
È questo, come già scrissi anni fa, probabilmente quello che intendeva rimarcare Cinzia Calcagnile nella sua interessante introduzione nel volumetto Mondadori che ho detto, riferendosi a quanto Kafka produce nelle sue lettere. Anche lì le costruzioni di Kafka non si presentano con il «compiaciuto estetismo di chi contamini letteratura e vita facendo programmaticamente delle proprie lettere o dei propri discorsi delle “opere d’arte”, ma con la disperata sincerità di chi dispone di un unico linguaggio, di un’unica visione del mondo, di un’unica fede che impronta di sé tutti gli aspetti della sua esistenza»[15].
Cosa c’è di autentico in un uomo che scrive? Il caso Kafka porta con sé la forza dell’evidenza, non vale aggiungere altro. Il caso della stessa Jesenská, per quel poco che ho letto di lei nelle pagine di sua figlia, pure attraverso esperienze d’intensità e di impostazione affatto diverse, come è naturale che sia, mi pare vada nella medesima direzione. Così pure la testimonianza della figlia di lei, quella Jana Černá della quale ho letto Lettera a Milena e sto sfogliando disordinatamente, prima di affondarci, Vita di Milena, ancora dedicato alla figura della madre.
Sul piano dei fatti – certo, dei fatti riferiti – se il primo volume si chiude chiudendo anche la vicenda dell’epistolario pubblicato senza esplicito permesso, con il signor Haas che ormai nel 1963 rispondeva alla richiesta di Jana dicendo che il plico delle lettere, avendole considerate parte di un retaggio culturale di valore mondiale, questi le aveva depositate nel museo di Kafka a Gerusalemme «perché in un’epoca in cui il mondo è minacciato dalla guerra atomica avrebbero potuto essere danneggiate»[16], Vita di Milena mi avvicina ancora di più alla figura di una persona autentica, autenticamente a propria volta divisa da tormenti politici, echi di guerra e tormenti d’amore. E me la allontana, purtroppo, quando ancora non vorrei, con una immagine che so già ci metterò tempo a confondere tra altre, nell’universo scritto del quale il mondo reale è soltanto una brutta copia, talvolta davvero brutta: «Nelle sue spese, per esempio, non rientravano mai vestiti nuovi, cappellini o capi di abbigliamento in genere. [...] Quando usciva indossava per lo più un cappotto con grandi tasche, nelle quali affondava le mani fin dove poteva [...] Così vestita mi portava in redazione, passeggiava con me per la città e intorno al cimitero di Olšan; era vestita così anche quando salì sull’automobile con cui venne a prelevarla la Gestapo.»[17]. Ma noi siamo qui, imperterriti, in questo mondo nato non prima del febbraio del ’22, con gli occhi puntati all’armata rossa.
Rocco Infantino ©
[1] José Ortega y Gasset, Miseria e splendore della traduzione, in La missione del bibliotecario, Sugarco, Carnago (VA) 1994, p. 64.
[2] Platone, Fedro, trad. di P. Pucci, introd. di B. Centrone, Laterza, Bari-Roma 1998, p.119.
[3] Marc Bloch, La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e Riflessioni (1921), trad. di G. De Paola, Fazi, Roma 2014, p. 103.
[4] Ivi, p. 106.
[5] Ivi, p. 107.
[6] Ivi, p. 109.
[7] Ivi, p. 110.
[8] Ivi, p. 124.
[9] J. Ortega y Gasset, Miseria e splendore della traduzione, cit., p. 71.
[10] Ivi, p. 97.
[11] Franz Kafka, Lettere a Milena, a cura di Willy Haas, trad. di E. Pocar, Introd. di C. Calcagnile, Milano, Mondadori 1979.
[12] Jana Černá, Lettera a Milena, trad. di I. Oviszach, con scritto di M. Jirásková, Udine, Forum 2019, pp. 38-39.
[13] Ivi, p.39.
[14] Ivi, pp.45 e 48.
[15] [15] Franz Kafka, Lettere a Milena, cit., p. 5.
[16] [16] Jana Černá, Lettera a Milena, cit., pp. 131-132.
[17] Jana Černá, Vita di Milena, Milano, Garzanti 1986, pp. 100-101.