- E’ più che destino, è un caso. - faccio dire a un tale in uno dei miei romanzi che non vedranno mai la luce. Il fatto: nei giorni scorsi www.goccedautore.it ottiene la registrazione come testata giornalistica. Questa testata dà notevole spazio alla cultura dei libri. Il numero di registrazione è il 451. Quattrocentocinquantuno. Il cortocircuito è innescato.
Non può non venire alla mente, ai più, quel “Fahrenheit 451” pubblicato da Ray Bradbury tra il 1951 e il 1953 (dapprima come un racconto breve, poi, esteso, come romanzo). Bradbury indica a F.451 la temperatura alla quale la carta prenda fuoco e scrive questa storia che s’inserisce nel filone dell’utopia negativa, tracciando un futuro nel quale i libri siano totalmente banditi dalla civiltà umana. Leggere o possedere libri è considerato reato, la parola scritta è vietata e per tenere informata, educata, ed anche serena e sottomessa la popolazione, l’unica fonte ammessa dal nuovo ordine è la televisione. Per sopprimere l’odioso reato esiste un particolare corpo di vigili del fuoco, incaricato di scovare fin nelle abitazioni private i famigerati libri e bruciarli. I libri portano tristezza, rendono le persone antisociali e non fanno di esse cittadini migliori. Questa l’idea di fondo, se volessimo riassumerla con le parole che userebbe la televisione che Bradbury immagina – o quella uguale che conosciamo noi oggi -.
Nell’edizione attuale che propongo in foto, chi voglia, finché non è reato, vada alle pagine 90-94 per ulteriori elementi. In effetti, quella dei roghi di libri è una tradizione costante nella storia effettiva della civiltà umana, sia risalente sia attuale, e parallelamente ha trovato nei libri, dentro le storie scritte, uguali costanti riferimenti. Ma se ce la sentissimo di azzardare, pure avvertiti che sul punto la letteratura è davvero tanta, potremmo dire che molti di questi roghi, narrati o reali, possono inserirsi come atti “nella storia”, nella dialettica delle civiltà, per lo più come apici (o indici, il gioco mi piace troppo) di uno scontro tra culture o delle idee, del gesto estremo di quella dominante nel momento verso un’altra o le altre. Ma nel ’51, appunto, Bradbury, questo ragazzotto americano, propone il libro, ogni e qualsivoglia libro, come lo strumento di una consapevolezza e di una profondità dell’esistere, che in quanto tale diventa strumento sovversivo. Bruciare i libri serve a liberare l’uomo. Questo vuol far credere il potere in quel mondo nuovo disegnato da Bradbury - in un futuro allora immaginato e che oggi, se solo avessimo occhi per vederlo, viviamo quasi -.
Riguardando quella delicata versione cinematografica fattane da François Truffaut nel 1966, coll’ausilio del fermo immagine, m’accorgo che il primo libro scovato nel film da un solerte pompiere nella coppa d’un lampadario in una abitazione è proprio una edizione del Don Quicote del Cervantes, che inizia con il rogo dei libri, causa della pazzia del protagonista, nella sua biblioteca. Di quello, proprio su www.goccedautore.it, si faceva cenno appena poche settimane addietro. Aggiungerei: la salamandra ignifera a sei zampe che è simbolo dei pompieri incendiari di Fahrenheit 451 ricorderebbe un altro animale a sei zampe che mette lingue di fuoco e che molti conoscono; ciò potrebbe rimandare ancora a una dialettica, attuale, tra il “va tutto bene” della TV e quel limo nero, quella chimica della terra che Bradbury cita come invito per concludere il ciclo del ritorno alla realtà. Così pure, in un mondo libero da pericolosi scartafacci, si potrebbe finalmente credere secondo Bradbury che esistano guerre che durino due giorni soltanto, in cui nessuno muore se non cade da un balcone. Ma a tanto io non sono autorizzato, come chiunque talvolta confonda realtà attuali con vecchie idee sull’avvenire e non domini a dovere il delicato meccanismo del futuro anteriore.
Rocco Infantino