Com’è bella la città

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«Chi viene da fuori – scrive Ryszard Kapuściński in Ebano - usa un quadrangolare, che rimpicciolisce l’immagine ma allarga l’orizzonte, mentre la persona del posto ha sempre usato il teleobiettivo, se non addirittura il telescopio, che ingigantisce i minimi dettagli.».

 

È dunque questione di messa a fuoco, di sguardo, di obiettivo. Più si è lontani più si vede il senso complessivo di una città; più si è vicini e più si leggono le sue crepe, i suoi rumori, le sue imperfezioni. Lo stesso Zigmun Bauman in Modernità liquida, a proposito di città, di spazi vuoti e di non-luoghi, ci racconta della volta in cui, ospite di un convegno, la sua guida – figlia di uno degli organizzatori – gli fa compiere un percorso che allunga la distanza ma che gli mostra la parte più bella della città. Al ritorno sceglie un taxi, che in pochi minuti lo porta a destinazione facendogli attraversare vicoli angusti e stradine secondarie. Non esita, il nostro autore, a manifestare la propria predilezione per il secondo tragitto perché gli ha mostrato il vero volto della città.

Le città tutte presentano un dualismo che è lo specchio della loro evoluzione: radici e rami, tradizione e innovazione, spazi pieni e spazi vuoti, luoghi e non-luoghi. Il cambiamento, anche delle abitudini dei propri abitanti, ha determinato importanti trasformazioni delle città rispetto a com’erano in origine. Quale forma hanno oggi le città e quale forma avrebbero potuto prendere se il loro sviluppo fosse andato in un’altra direzione? Come sono cambiate nel corso degli anni? Qual è stato il rapporto tra il tempo e lo spazio? E quale quello tra centro e periferie? Sono tutte vive le città?    

Bisogna raccontarle, le città, affinché rimangano vive e rimanga viva l’attenzione su di esse. Italo Calvino è un esempio di come rendere visibili le città invisibili. La fantasia, secondo lo scrittore, ci aiuta a comprendere meglio la realtà e a mantenere vivi quei luoghi attraverso la memoria, i ricordi e le narrazioni degli uomini. Le città, d’altronde, altro non sono che substrati di storie e stratificazioni di segni, di incontri, di passaggi. Chiunque vi abbia fatto approdo, le ha riprodotte a modo suo e quel caleidoscopio di racconti ha restituito tante città quanti ne sono le restituzioni. Molte sono diventate fonte di ispirazioni per testi di canzoni in cui si restituisce il senso di questi luoghi nei quali gli autori stessi si identificano. «Piena di strade e di negozi/e di vetrine piene di luce/con tanta gente che lavora/con tanta gente che produce», cantava Giorgio Gaber nel 1969. Quasi dieci anni dopo Pino Daniele scriveva «Napule è mille culure/Napule è mille paure/Napule è nu sole amaro/Napule è addore e' mare».

Che odore hanno le città? Sfogliando la Guida all’architettura del Novecento a Potenza, di Valerio Giambersio, Melfi, tip. Libria, 1995, c’è questa domanda in apertura. Può essere anche questa una pista da seguire? Gli storici parlano spesso di trasformazioni architettoniche, economiche o sociali. Ma ogni trasformazione lascia anche una traccia olfattiva. Seguiamola: dall’odore di legna e di pane appena sfornato, di mosto, di aria dei boschi, di castagne arrosto, a quello dei caffè e delle brioche, dei panni stesi, delle mandorle pralinate nei giorni di festa, delle pizzette calde, delle macchine in coda con i motori accesi. Oggi non è più l'odore del lavoro manuale che un tempo riempiva i vicoli, ma quello di una città che cerca nuove forme di socialità e di accoglienza.

Un racconto diverso che fa i conti con il volto della contemporaneità, quella che oggi pone questioni serie sul presente e sul futuro di nostri centri. Problemi con i quali le amministrazioni locali si scontrano quotidianamente alla ricerca della ricetta contro lo spopolamento, la desertificazione delle attività commerciali, le ZTL, i centri storici e così via. E se tutta questa corsa alla restanza, alla tornanza, alla rigenerazione, alla resilienza fosse solo una consolazione linguistica priva di reale strategia? Si fanno tentativi, si riempiono cartelloni e piazze, si consumano convegni e tavole rotonde. Ma il problema permane. E allora, cosa rimane delle città quando restano con sé stesse e si spengono i clamori delle feste di piazza? Il linguaggio della consolazione non aiuta lo sviluppo di un territorio, bisogna prenderne atto, né i proclami poetici, purtroppo, riescono a salvare i borghi dalla desolazione. È un tema complesso che richiama la necessità di avere una visione, una programmazione, un disegno concreto di quello che le città devono offrire e accogliere.  

Ma le città, questi organismi aperti, liquidi, fluidi, preda delle più rilevanti trasformazioni economiche e sociali, vanno amate. E difese. Vanno ascoltate e conosciute. E, ancora una volta, raccontate.

Ne sono un esempio Le città di carta, guide letterarie con mappa allegata, edite dalla casa editrice il Palindromo di Palermo. Un progetto editoriale che mescola letteratura e topografia e che restituisce una geografia urbana filtrata dallo sguardo di scrittrici e scrittori del ‘900. In Milano di carta di Michele Turazzi, ad esempio, l’autore offre nuovi percorsi attraverso le opere di Luciano Bianciardi, Dino Buzzati, Carlo Emilio Gadda, Ernest Hemingway e altri. Il suo approccio è quello di un forestiero che osserva la città da dietro il parabrezza della sua auto e vede una città grigia, frenetica, dove il tempo scorre veloce. Ma decide di non lasciarsi intimorire da questo primo approccio e sceglie di conoscerla con meticolosità e attenzione. Il suo sguardo frettoloso cambia, perché, scrive, «la bellezza va cercata senza fretta». E l’autore va alla ricerca di quella che si nasconde dietro ai portoni massicci, negli elementi ordinari cui dà nuova luce e trasforma il quotidiano in un paesaggio affascinante. Sceglie di leggere e poi di raccontare la città meneghina attraverso gli occhi degli scrittori del ‘900 che hanno frequentato Milano e ambientato alcune storie. E ne nasce un bellissimo dialogo tra la città di allora e quella di oggi, accendendo la curiosità verso quei luoghi descritti nei libri.     

Di questo ci occupiamo nel nuovo numero della rivista. Partendo da Metropolis, la città distopica immaginata da Thea von Harbou nel 1926, Rocco Infantino in Estratti riflette sulle città contemporanee come spazi ancora segnati da profonde disuguaglianze. Dietro l'apparente modernità delle metropoli, l'autore vede la persistenza di una struttura verticale: in alto il potere economico e tecnologico, in basso masse sempre più dipendenti dai meccanismi della produzione e del consumo. Le città diventano così il luogo in cui si concentrano ricchezza, controllo e conflitti sociali. A cent'anni da Metropolis, la vera questione urbana resta il rapporto tra chi governa gli ingranaggi della città e chi ne subisce gli effetti.

Sui vuoti che sempre più si aprono nelle città contemporanee si sofferma Concetta Vaglio in Traiettorie. Soffermandosi sulle categorie dei non-luoghi elaborate da Marc Augé, secondo cui gli spazi anonimi sono aree dismesse o luoghi di solo transito, ne analizza le fragilità: si indeboliscono identità e relazioni. Richiamando poi il pensiero di Martin Heidegger, l'autrice sostiene che una città perde significato quando smette di essere un luogo da abitare e condividere. Per questo i vuoti urbani non devono essere considerati soltanto problemi, ma occasioni per ricostruire comunità, partecipazione e senso di appartenenza.

Partendo dall'idea di civitas come comunità di cittadini, Virginia Cortese in Tratte riflette sulla città come luogo di relazioni, identità e appartenenza. Al centro del suo ragionamento vi è il pensiero di Adriano Olivetti, per il quale la comunità deve mettere la persona, la cultura e il bene comune al centro della vita collettiva. Guardando all'evoluzione di Potenza, l'autrice osserva come la città sia cambiata nei suoi ritmi, nei servizi e nei linguaggi, senza perdere la propria dimensione comunitaria. La città viene così descritta come un intreccio di memoria e futuro, un cantiere permanente di relazioni umane. La sfida oggi è renderla sempre più inclusiva, accogliente e capace di valorizzare le differenze.

Di sfide parla Rosalba Demetrio in Ritratti, autrice del libro A history of Matera, a proposito della città che ha saputo ribaltare la propria condizione attraverso una vera e propria metamorfosi. Da simbolo di marginalità a modello culturale riconosciuto a livello internazionale, la studiosa legge questa trasformazione come un percorso di riscatto identitario e collettivo, ma mette in guardia dai rischi dell'overtourism e della mercificazione del patrimonio. La sfida è governare il cambiamento senza tradire l'anima dei luoghi e senza ridurre la città a un prodotto di consumo.

Grazia Napoli in Tratti – recensioni affronta il tema delle città da un altro punto di vista: la città è molto più di uno sfondo, è il riflesso della condizione dell'uomo contemporaneo. Una immagine che emerge dalle opere di Paul Auster. In Città di vetro, New York appare come uno spazio frammentato, labirintico e in continua trasformazione, dove i personaggi cercano sé stessi e finiscono spesso per smarrirsi. Attraverso romanzi come Follie di Brooklyn e Baumgartner, Auster racconta la città come luogo di memoria, solitudine, sogno e storia, facendone il simbolo della ricerca incessante di identità e significato nell'età postmoderna.

Alla città come approdo si ispirano i versi di Chiara Albano in Tratti-poesia. Non è più solo un luogo fisico, ma un organismo vivente fatto di bellezza e contraddizioni, incontri e passaggi. La costellazione di sensazioni, memorie e risvegli richiamati nel testo richiama una dimensione originaria della vita, quasi un ritorno a un'armonia naturale.  

Infine, nella rubrica dedicata all’arte Tratteggi Bruna Giordano analizza il dipinto Bal du Moulin de la Galette (1876) di Auguste Renoir che ritrae una vivace domenica pomeriggio nella Parigi della Belle Époque. Attraverso luci, colori e una folla di persone che conversano e danzano, l'artista restituisce l'atmosfera di convivialità e vitalità urbana. L'opera diventa così il simbolo della città come luogo di incontro, scambio di idee e costruzione del benessere collettivo, confermando il ruolo centrale che gli spazi urbani hanno sempre avuto nella vita delle comunità.           

“D'una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.” Con le parole di Italo Calvino vi invitiamo ad addentarvi tra le pagine che animano il n. 114 della rivista, sollecitandovi a trovare quella domanda alla quale la vostra città saprà dare una risposta.

Buona lettura!

Eva Bonitatibus

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