Esplode il nuovo anno

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È esploso il nuovo anno con una forza dinamitarda. Quasi quanto quello che si è chiuso. E mentre la notte di Capodanno, da dietro i vetri del balcone di casa, assistevamo allo spettacolo dei fuochi d’artificio che accendevano il cielo di festa, in altre parti del mondo i fuochi accidentali e di guerra lo spegnevano per sempre.

Non è semplice aprire questo nostro nuovo numero della rivista a cuor leggero. Gli eventi accaduti nel giro di poche ore in tutto il mondo, non possono lasciarci indifferenti. Avevamo scelto dinamite come parola chiave di questa nuova uscita in seguito ad una serie di considerazioni sulla fragilità del mondo e delle cose che lo governano, ancor prima di questo tragico inizio d’anno. «Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie», scriveva Ungaretti nel 1918. E questa precarietà, questo senso dell’ineluttabile domina una quotidianità che sta diventando sempre più dolente. E insopportabile.  

Non immaginavamo di vivere questo scombussolamento totale, e nel cercare di codificare le violenze e le violazioni perpetrate a danno della dignità degli individui e contro la libertà dei popoli, facciamo appello alla letteratura, all’arte, al pensiero filosofico, al linguaggio del teatro perché ci aiutino a comprendere tali fenomeni. Il rischio più grande, nel quale gran parte di noi sta già affogando, è l’abitudine. L’abitudine alle guerre, ai genocidi, alle devastazioni, alle morti, alle tragedie, al sangue, alla povertà, alla sottomissione, al degrado, alle ingiustizie, alle prevaricazioni. Perché sono quelle degli altri. E perché c’è uno schermo a dividere le vittime dagli spettatori. «Noi civili siamo diventati dei barbari», scriveva Paul Valéry dopo l’esperienza della Prima guerra mondiale. Oggi questa frase risuona con una forza nuova, perché la guerra è entrata nelle nostre case, normalizzando l’orrore.     

La letteratura antica ci ha insegnato che la guerra era un fatto quasi inevitabile, inscritto nel destino degli uomini e degli dèi. Nell’Iliade la guerra ristabiliva un ordine violato: il rapimento di Elena rompe l’ordine; la guerra lo ricompone. Nell’Eneide la guerra diventava una necessità storica perché assumeva una funzione fondativa: Enea deve combattere in Italia perché da quella guerra nascerà Roma. E oggi, nella drammatica contemporaneità, cosa rappresenta la guerra?

I fatti che si stanno verificando in questi mesi allungano la loro ombra, fino a nascondere ciò che c’è sotto la pace. La guerra non è un destino, un accadimento improvviso, ma è frutto di una costruzione, di scelte politiche, di opportunità sociali. Charlie Chaplin nel monologo universale de Il grande dittatore, smaschera i potenti e di dittatori, le loro bugie e la loro politica. Invoca un ritorno all’umanità: «la macchina dell'abbondanza ci ha dato povertà; la scienza ci ha trasformato in cinici; l'abilità ci ha resi duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari, ci serve umanità. Più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità, la vita è violenza, e tutto è perduto». Parole monumentali scritte oltre 80 anni fa e che oggi risuonano come uno schiaffo a quella ricerca della pace che ancora oggi non trova esito, se non nella pantomima della propaganda organizzata.

E allora, all’alba del nuovo anno, proviamo ad indagare sul significato di questa parola che può avere accezioni diverse. A partire dal nesso tra dinamite e Letteratura, Rocco Infantino, nella rubrica Estratti, attraversa le pagine de La vita agra, di Luciano Bianciardi, con qualche incursione ne Il lavoro culturale, analizzando le contraddizioni della società contemporanea e del passato. Una lettura del presente in cui emergono concetti come quello del lavoro sfruttato e dell’intellettuale marginalizzato. Sul fondo, un interrogativo: a cosa serve la Storia, se continuiamo a ripetere gli stessi meccanismi di potere, consumo e rimozione? E una risposta implicita: serve a non tradirsi, come ricorda Malraux, e a cercare ancora connessioni vive tra letteratura e realtà.

A questo articolo, fa eco quello scritto da Concetta Vaglio in Traiettorie. Attraverso la celebre dichiarazione del filosofo Friedrich Wilhelm Nietzsche, «Io non sono un uomo, sono dinamite», mostra l’esplodere delle fondamenta della civiltà occidentale. Nel confronto con il presente, oggi esiste una “dinamite silenziosa” che svuota l’individuo. Il nichilismo contemporaneo non è filosofico, ma pratico: l’uomo-algoritmo cerca visibilità, non auto-superamento; l’ultimo uomo digitale vive in un eterno ritorno fatto di scroll, notifiche e ripetizioni senza senso. La vera sfida non è distruggere, ma creare: sottrarsi al ciclo vuoto del presente e ritrovare la forza di dire sì alla vita, come voleva Nietzsche.

A proposito di uomo-algoritmo, Vito Coviello in Tratte – Innovazione e tecnologia culturale mette a confronto la dinamite, inventata da Alfred Nobel nel 1867, e l’intelligenza artificiale contemporanea. Un rimando a scenari distopici come Matrix, per mostrare i rischi di un’IA non governata: un sistema che può trasformarsi in strumento di controllo, più subdolo e pervasivo di un’esplosione fisica. Attenti dunque: come Nobel comprese l’ambivalenza della sua invenzione e istituì il premio per la pace, così oggi dobbiamo progettare e regolamentare l’IA con visione, trasparenza e finalità etiche, per evitare che sia la tecnologia a governare noi.

Ma il termine trova anche altre accezioni e altri significati. Ne è un esempio quello tracciato da Grazia Napoli in Tratte – Cinema, teatro e spettacolo in cui il termine dinamite è usato come metafora di forza che smuove, rivela, trasforma. L’esempio è lo spettacolo Edmund Kean interpretato da Gigi Proietti, in cui l’attore romano porta in scena la vita del grande interprete shakespeariano dell’Ottocento. La relazione tra Shakespeare, Kean e Proietti è descritta come una vera “dinamite” teatrale: una miscela esplosiva di tecnica, presenza scenica, poesia e ironia.

Altro esempio di dinamite culturale è quello espresso dall’arte. Bruna Giordano in Tratteggi parla della pittura futurista di Umberto Boccioni e della sua capacità di rompere con il passato. Quell’idea di un mondo in movimento continuo, dove forme e figure si moltiplicano e si deformano nella corsa del tempo, confluiscono nell’opera La città che sale, una dinamite visiva che cambia per sempre il modo di vedere e rappresentare la realtà.

E ancora un modo diverso di intendere la parola. Questa volta è legato ad una manifestazione di gioia spontanea: il riso. Virginia Cortese in Tratti – recensione conduce la riflessione sul testo di Henri Bergson, Il riso. Saggio sul significato del comico. Come una dinamite, il riso si diffonde in un ambiente umano. È un atto di intelligenza collettiva, una sospensione momentanea del cuore che permette di cogliere l’assurdo, il meccanico nel vivente, la deviazione dalla norma.             

E poi c’è la poesia di Chiara Albano. Lo spirito umano diventa energia vitale che abita il corpo e si nutre dei sensi. È paragonato a una dinamite emotiva, capace di esplodere davanti alla bellezza del creato e di risuonare con le emozioni degli altri: soffre, ama, gioisce insieme al mondo.  

Chiude il numero 112 il racconto inedito di una nostra lettrice, Nancy, che descrive un momento “esplosivo” all’interno di una coppia di lungo corso. La malattia improvvisa dello sposo scardina tutte le certezze della famiglia cresciuta intorno a lui. Ma la speranza di tornare alla normalità prevale tra i sentimenti nebulosi della sposa.

Non ci resta che augurarvi buona lettura.

Eva Bonitatibus   

 

 

  

 

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