Il treno

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Il fatto culturale che più mi ha colpito nei giorni scorsi è stato il treno. Da qualche giorno la Basilicata, dalla quale scriviamo, è collegata alla linea ferroviaria ad alta velocità, attraversata fin giù fino a Taranto, da due corse quotidiane di treni.

Quello che nel resto del Paese può essere considerata una banalità, da queste parti è cosa rilevante. Questi territori sono da sempre assai poco facilmente raggiungibili, tendenzialmente isolati dal contesto. L’orografia, si, i costi, certo, la scarsa densità demografica, come no, le grandi linee di comunicazione, i “corridoi”, che svergolano sempre verso altrove. In termini pratici, nel primo tratto, i tempi di percorrenza non sono granché diversi da quelli attuali: un’ora e mezza, ad esempio, da Potenza a Salerno. Tuttavia, si può salire su un convoglio e ritrovarsi in tempi accettabili a Roma o a Milano. E si ha la sensazione della continuità. Già. Della continuità, che scoperta, che conquista! Continuità geografica, continuità sociale, continuità culturale, politica, continuità ideale. La realtà, per il momento, si modifica poco, ma potrebbe darsi che inizi a cambiare il modo di leggerla. Può darsi che una semplice corsa di un treno che diventa veloce, ad andare, e di uno che lo sarà stato, a tornare, ogni giorno, possa ridurre quella sensazione di separatezza, di alterità, di estraneità, quasi, che tutti noi lucani, più o meno consapevolmente, conosciamo, come una nota di amaro, quando ci pensiamo e ci diciamo italiani. Non smetteremo di essere meridionali, questo è certo, per un treno in più. Che poi, se non fosse che altrove ci sono le università migliori, gli ospedali migliori, le migliori offerte di lavoro, le migliori condizioni per fare impresa… Se non fosse che altrove è tutto diverso, uno che lo prenderebbe a fare, il treno? E’ come la vecchia storiella del tizio, automobilista indurito, che dopo aver stracciato, quotidianamente, progressivamente per settimane ogni record di percorrenza tra Roma e Milano, bruciando l’autostrada tra casello e casello, all’amico che gli domandava notizie della sua prodigiosa fuoriserie, rispondeva: “L’ho venduta.” “Venduta?” “Si. In fondo, che ci andavo a fare ogni giorno a Milano?” C’è un’altra ciminiera, un alto pennacchio di fumo nero, che sovrasta e domina una valle, da queste parti, di quando in quando stagliandosi impetuoso contro il cielo azzurro, ma non si avvicina se non ci avviciniamo noi. Era visibile ancora una volta proprio nei giorni scorsi. Sotto di sé non ha una strada ferrata, le sue nebulose, granulose volute non evolvono dal fumaiolo di una locomotiva a vapore. Non è un treno, non è il progresso che ci viene incontro, ma è venuto a stabilirsi proprio qui. E’ il fumo minaccioso della ciminiera del Centro Oli di Viggiano. Ogni tanto capita, e così capita che quello che nel resto del Paese sarebbe considerata una cosa rilevante, e preoccupante, da queste parti è una banalità. Tanto che, per dire, tranne chi lo produce, io non so se qualcuno si sia peritato di capire che fumo sia. Tutto il nostro piccolo pianeta sarebbe una specie di sfera, ok, è un geoide; nascere in un qualunque punto sulla sua superficie, allora, a ben guardare, immersi per lo più come siamo in uno spazio che non è che abbia una dritta, non vuol dir niente, niente in sé. A renderci meridionali, nel caso, sono condizioni storiche, strategie politiche, volontà deliberate, finalità evidenti, verità terribili e banali. Non va considerato un dono, quel trenino; è ancora soltanto un nostro diritto.

 

Rocco Infantino

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