I due Matisse

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Mi capita di incontrare Henri Matisse due volte nello stesso giorno in due Paesi differenti, in due luoghi espositivi per molti versi opposti tra loro. Mi capita una prima volta, mentre attraverso degli ambienti carichi di storia e di opere d’arte, e di queste e di quella persino ridondanti; una seconda, mentre, per seguire la narrazione di una particolare esposizione, mi addentro in un non luogo.

Nel complesso dei Musei Vaticani, incastonato in un percorso molto ricco, tra il Raffaello delle Stanze e proprio sotto il Michelangelo della Cappella Sistina, incrociando l’appartamento Borgia, lì dove nel giugno del 1973 Paolo VI aveva aperto le porte di una collezione a sua volta già importante di artisti contemporanei (da Rouault a Utrillo, da Morandi a Carrà a De Pisis, a Greco, a Martini, ai quali si aggiungeranno poi Gaugin,  Van Gogh, Chagall, e Bacon, Marini, Burri, per dirne alcuni), Henri Matisse occupa un ambiente tutto proprio, riempiendolo con i lavori preparatori della Cappella  del Rosario di Saint-Paul-de-Vence, da lui allestita in Provenza. In un ambito di passaggio, che denuncia il suo essere ricavato in tanto affastellamento, dove tra i visitatori, a gruppi, spesso a frotte, i più frettolosamente passano frastornati dal già tanto guardare, in scala 1:1 giganteggiano i cartoni per la ceramica del presbiterio, raffigurante La Vierge à l’Enfant, e per le tre vetrate policrome monumentali dell’abside, del coro e della navata, realizzati con la tecnica del papier découpé. In un canto, anche una teca con una delle casule colorate che lo stesso artista disegnò per la medesima occorrenza. Qui è tutto soprattutto trascendenza, promessa di luce. Una volta fuori da questo itinerario dentro l’arte, nel volgere di poche ore, percorro quello che già André Malraux descriveva come il viaggio compiuto dall’opera d’arte in due secoli, da quando “era stata legata, statua gotica alla sua cattedrale, quadro rinascimentale all’ambiente della sua epoca”, a quando, deprivata “dell’insieme” del contesto e dell’”intrasportabile”, separata dal mondo “profano” e accostata ad altre opere, diventa “un confronto di metamorfosi” (così in: Il museo dei musei, Mondadori, 1957). Ritrovo quindi Matisse nei grandi spazi eterei, chiari e disadorni delle Scuderie del Quirinale dove il pittore, per nascita nordico della regione del Passo di Calais, e già passato per la dolce luce meridionale continentale della Provenza tanto cara a Cézanne, mostra i tratti della sua più intensa fascinazione per gli ambienti, la cultura, la luce, i colori, le fragranze speziate e i tratti assieme delicati, morbidi e decisi, delle culture nord-africana e medio-orientale. La mostra dal titolo Arabesque offre in questi luoghi neutri novanta opere tra dipinti e disegni, e persino costumi teatrali da Matisse preparati per il balletto Le chant du rossignol, messo in scena nel 1920 su musiche di Igor' Fëdorovič Stravinskij. Il luogo ospitante non incomoda e non distrae: il grande spazio espositivo, suggestivo quanto un non luogo che pare quasi sia tu a definirlo attraversandolo, offre un pulito silenzio visivo ad ogni singola tela, ad ogni disegno, cosicché in ciascuno di essi il visitatore possa senza ostacolo, ammirandolo, precipitare. Qui allora trionfano sì gli ineffabili e delicati colori (il rosa de La pervinche, o Giardino marocchino, i verdi, perfino i grigi de Lo stagno di Trivaux), ma pure prorompono nuove geometrie e spazialità liberate, nel loro replicarsi, dai moduli decorativi orientali e, ancora, profonde sensualità catturate dalle curve di pochi essenziali tratti nei disegni delle odalische, delle donne orientali in riposo. Quello che nei Musei Vaticani, pur nell’assoluta bellezza è pienezza e ricchezza, qui nell’angolo del più alto colle romano è diradamento; al morbido vuoto degli interni fa da contrappunto la splendida vista a 180° della veduta panoramica della vetrata sui tetti di Roma. E questa stessa commistione del luogo che la ospita è in armonia perfetta con una delle idee di fondo della mostra, quell’annullamento del confine tra il dentro e il fuori, tra l’ambiente ed il paesaggio, che per Matisse sono un unico continuo, nel suo periodo orientale. Questo riandare tra luoghi così diversi e distanti, guidati però dal segno e dal colore dell’artista, anch’esso così sensibile al nord e al sud dell’emozione, dalla verticalità della luce assoluta e trascendente all’orientale del segno che trasfigura la forma della natura, reiterandola come un rotante movimento derviscio in arabesco, che segna il passaggio tra il romantico, l’onirico e l’intimo impulso dell’altrove, mi cattura, semplice visitatore d’arte d’un sol giorno, nella vertigine di un tempo diverso, che ha velocità periferiche incostanti, ineguali e libera emozioni inspiegabili, come nostalgie senza oggetto.

Rocco Infantino

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