La città – personaggio nel romanzo post-moderno

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“…Sono venuto a New York perché è il più miserabile, il più abietto di tutti i luoghi. Lo sfacelo è dovunque, la disarmonia è universale. Le basta aprire gli occhi per accorgersene. Persone infrante, cose infrante, pensieri infranti. La città intera è un ammasso di rifiuti.” - Paul Auster, “Città di Vetro”, in “Paul Auster, romanzi”, Einaudi, 2009, pag. 88.

È una città postmoderna, in disfacimento, sporca, piena di cose, in cui passato e presente si incontrano e convivono.

 

È New York, ma potrebbe essere l’angolo degradato e in dissolvimento di qualsiasi metropoli contemporanea. Un processo che continua oltre la fine del ‘900, nel nostro secolo. Città, storiche e non, hanno perso la propria identità monumentale e di sviluppo, un corpo fatto di edifici, strade e vita, per assimilarsi sempre più a quello dell’io dei soggetti che la abitano.

È qui che torna Peter Stillman in “Città di vetro” il primo racconto de “La Trilogia di New York”, scritta tra il 1985 e il 1987. Il figlio omonimo e la moglie credono che sia tornato per uccidere. Per farlo controllare e pedinare ingaggiano un detective, che è, di fatto, uno scrittore di gialli, dai tanti nomi e dalle tante vite. Peter Stillman senior – si scoprirà – è tornato per andare alla ricerca di sé stesso, dei suoi ricordi, della sua vita, nelle piccole insignificanti cose che raccatta nelle strade di New York: cocci, foglie, pezzi di plastica, escrementi. Ed è alla ricerca di sé stesso anche lo scrittore-detective: ha pubblicato con il nome di William Wilson, ma in effetti si chiama Daniel Quinn, e, forse, Henry Dark o, in definitiva, Paul Auster. La sua è una ricerca interiore, ma anche letteraria: i percorsi fatti da Stillman tra un isolato e l’altro di New York, diventano nei suoi appunti, disegni, che, nella grafica, ricordano le lettere dell’alfabeto e, prima o poi, dovranno comporsi in parole: Tower of Babel, la Torre di Babele, richiamo biblico alle lingue, ai popoli, alla impossibilità di comunicare.

La città “racconta” attraverso i percorsi.

"New York era uno spazio incommensurabile, un labirinto di passi infiniti, e per quanto la esplorasse, per quanto arrivasse a conoscerne a fondo i quartieri e le strade, lo lasciava sempre con la sensazione di essersi perduto. Perduto non solo nella città, ma anche dentro di sé" (“Città di vetro”, in “Paul Auster, romanzi”, Einaudi 2009, pag. 8).

È una New York in cui tutti vivono isolati nei loro appartamenti, spesso molto piccoli, chiusi nelle loro paure, intorno a cui brulica la città. Enorme, sporca, indifferente. Eppure, nessuno sembra vederla. Non come elemento esterno a sé. 

Lo stesso Quinn, dopo aver percorso chilometri nelle strade cittadine, per attendere Stillman sceglierà, come punto di osservazione, un luogo isolato, buio, nascosto, tra la spazzatura. Poi tornerà al suo appartamento, per scoprire che in sua assenza è stato occupato. Lo ha perso con tutto il suo lavoro di scrittore. La visuale si rimpicciolisce, ma lo stesso non arriverà a nulla. Quinn perderà di vista la sua preda. Non troverà risposta alle sue domande. Perderà sé stesso. E, alla fine, con lui, si dissolveranno tutti gli altri personaggi. Rimarranno solo la Città e la Letteratura.

Paul Auster, genio della letteratura post-moderna NordAmericana è associato, nell’immaginario della comunità culturale e dei suoi lettori di tutto il mondo, a New York, a Brooklyn in particolare, dove visse tutta la vita, ma anche a Newark, la città di provincia dove era nato. La città nei suoi romanzi è sempre la vera protagonista, riflesso di solitudini, sentimenti, aspirazioni, ricordi. Le strade, i vicoli, i bar, non sono sfondo all’azione, sono l’azione stessa. L’uomo e ciò che lo circonda sono un tutt’uno. E l’uomo con la sua continua ricerca di un centro, di rapporti, passioni, connessioni è come se si trascinasse tra quelle strade, in una ricerca quasi sempre irrisolta e priva di speranza.

La città di vetro va in frantumi e diventa caleidoscopio di ciò che nasconde, come può nascondere un vetro... Si disintegra, come l’io dell’uomo post-moderno. Scisso in tante personalità, in tante categorie, con tanti nomi. Frammentata come la Letteratura, che si fa riflesso dell’io, che stravolge i canoni classici, così come Auster stravolge e riscrive – nei tre racconti della Trilogia di New York, il genere “noir”. Forse sta proprio in questo la grandezza di questo autore. Racconta pezzi di realtà – e anche pezzi di città – attraverso pezzi di vita, alla ricerca della perduta integrità. Citazioni, rimandi letterari e filosofici, riferimenti alla cronaca, all’arte, alla scrittura. Si legge d’un fiato, ma va riletto. Sempre. Per scoprire frammenti che erano sfuggiti, che si erano nascosti nelle pieghe del racconto e dell’animo umano. L’uomo post-moderno è questa frammentazione. Resa così bene in tutta l’opera di Paul Auster.

Ho scelto “Città di vetro” perché già nel titolo da una traccia esatta. Ma sarebbe stato lo stesso se avessi parlato di “Fantasmi” o de “La stanza chiusa”, il secondo e terzo racconto della “trilogia”, tre detective stories, in cui la città è protagonista e non- luogo al tempo stesso, in cui chiunque può ritrovarsi e perdersi.

È maggiormente luogo fisico e definito, invece, la New York di “Follie di Brooklyn”, romanzo del 2005. Qui, un assicuratore in pensione, dopo un intervento chirurgico molto pesante torna nel quartiere dove è nato. Non sa quanto vivrà e decide di finire i suoi giorni a Brooklyn, dove ancora vive un nipote e dove incontrerà la donna della sua vita. Insomma, ritrova la felicità, ma anche la realtà. È da qui, da New York, che passa infatti la Storia, pesando sulla vita di ognuno.

Nathan, uscito dall’ospedale rincuorato dall’esito degli ultimi esami, assisterà al cambiamento epocale dell’America e del mondo.

Poche righe, alla fine del libro:

“Erano le otto in punto quando uscii in strada, le otto di quel mattino dell’11 settembre del 2001 – solo quarantacinque minuti prima che il primo aereo si schiantasse contro la Torre nord del World Trade Center. Soltanto due ore dopo, il fumo di tremila corpi carbonizzati sarebbe stato portato dal vento verso Brooklyn e si sarebbe posato su di noi in una bianca nube di ceneri e morte. Ma per adesso erano ancora le otto, e mentre camminavo lungo il viale sotto quello splendido cielo azzurro ero felice, amici miei, l’uomo più felice che sia mai vissuto”. (Paul Auster, Follie di Brooklyn, Einaudi, 2005, pagg.264-5.)

Questo perché la città in Paul Auster è anche cronaca, che avvolge e stravolge le vite di chi l’attraversa.

In “Baumgartner” (2023), l’ultimo breve capolavoro di Paul Auster, che fa presagire la morte, del personaggio e dell’autore (di fatto avvenuta poco dopo, il 30 aprile 2024), la città protagonista è la tranquilla e sonnacchiosa Princeton, nel New Jersey, dove Seymour Baumgartner ha insegnato una vita all’Università e dove è rimasto, dopo la morte della moglie Anna a collezionare ricordi. La città c’è, ma non si vede quasi mai. Il protagonista vive nel suo studio, da cui intesse una serie di relazioni passate e presenti, che danno ancora senso alla vita e di cui Princeton è – suo malgrado – il centro. Ma nell’andirivieni di pensieri e ricordi torna ancora New York, dove Seymour ha studiato e conosciuto Anna. La narrazione si compone così nel contrasto tra Provincia e Metropoli, tra maturità e giovinezza, riflessione ed energia.

La dimensione della città in questo fantastico autore è, insomma, sempre presente. È ricordo, è sogno, è progetto, è cultura. E definisce l’uomo contemporaneo narrato dalla letteratura post-moderna.

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