
Paul Verlaine scrisse nel 1869 una poesia intitolata “Colloquio sentimentale”, versi struggenti che parlano di un amore che fu e che non è più. Il laboratorio di scrittura “La bottega dello scrittore” di Potenza si è divertito a trasformarla in prosa che così è diventato un breve racconto. Buona lettura!
Sono da solo. Io e la mia coscienza. Lei mi parla e io non sempre l'ascolto. C'è solo il silenzio a far da compagnia a me e alla mia coscienza.
E' buio e fa freddo qui nel vecchio parco solitario dove un tempo anche le foglie tremavano della nostra stessa passione. Il ricordo del fuoco di allora sembra disgelare il ghiaccio che ammutolisce le aiuole ferme in fila come un muto plotone a scrutare la mia figura oscura che si aggira come un'ombra.
Quanto brucia...che dolore questo ricordo di te...un languore nello stomaco che mi scava mi scava e mi asciuga anche la bocca.
- Ricordi la nostra estasi di un tempo?
Mi trovo a pronunciare queste parole rimaste ferme nell'aria gelida della notte cui non fa eco nessuna risposta. Come imbambolato mi fermo a guardare l'evoluzione del fiato bianco che mi è uscito dalla bocca e che come una spirale sale verso l'alto per poi disperdersi del tutto. Del mio fiato non c'è più traccia. Anche della mia anima.
L'ho perduta qui, da qualche parte, una sera di tanti anni fa. Devo cercarla, forse è sotto questi alberi, dovrei scavarne le radici, si sarà impigliata li, perché non la trovo più. Mi inginocchio sulla terra gelida e comincio a scavare con le mani. Tolgo la terra che non viene via perché è tutta un blocco, provo ad affondare le unghia e sento che qualcosa viene via. Frugo, frugo intorno ai piedi del l'albero. Ogni tanto mi giro per vedere se qualcuno mi guarda, ma non c'è nessuno a quest'ora. Proseguo indisturbato la mia ricerca.
Era un giorno di primavera. L'aria era tiepida e profumava di gelsomini. Farfalle gioiose giocavano a rincorrersi tra distese di minuscole margheritine bianche.
A te piacevano tanto le margherite. Dicevi che era il tuo fiore preferito perché significava il candore e la semplicità.

E tu eri candore e semplicità.
Per questo ti ho amata e ti amo più della mia vita.
Mi stanco a tirar via la terra umida. Mi fermo con le mani sulle ginocchia ormai bagnate e la testa china. Ho gli occhi spenti, sento le labbra senza lena. Ti urlo nel vuoto della notte e resto in attesa di una sua risposta.
- Ti batte ancora il cuore al solo mio nome? Vedi ancora in sogno la mia anima?
Nulla. Mi alzo lentamente aiutandomi con le mani e mi allontano dall'albero. Mi dirigo verso una panchina, mi si paralizzano le gambe. È lì che ti ho vista la prima volta. Eri seduta a leggere un libro e il sole ti colpiva alle spalle attraversando tutto il tuo corpo.
Mi guardasti appena. Sollevasti gli occhi dal libro e poi subito riprendesti la lettura. Come avrei voluto essere io quel libro che in quel momento riceveva tutte le tue attenzioni.
Ogni pomeriggio eri li, puntuale, con il tuo bel cappellino di paglia.
Eri sola.
Anche tu.
Mi avvicino alla panchina ed è più forte di me. Mi chino. La sfioro. Chiudo gli occhi e con le mani traccio il tuo profilo, lo accarezzo. Sto per baciarti di nuovo. Ma non trovo più la dolce sostanza nella quale sprofondava tutto me stesso.
- Ah, i bei giorni di felicità indicibile che univamo le nostre bocche!
Tutte le notti sognavo di sederti accanto mentre leggevi concentrata il tuo libro. Osservavo da vicino le espressioni del tuo viso che cambiavano man mano che procedeva la lettura.
Guardandoti così da vicino potevo capire cosa stessi leggendo.
Mi lascio cadere sulla panchina. Le braccia flosce sulle cosce. Poi mi volto e ti vedo. Sei qui, mi sei seduta accanto. Oh dolce visione...i tuoi occhi profondi e grandi ora mi guardano di nuovo.
Mi sento una statua. Non fa più freddo e...
- Che cielo azzurro, che speranza infinita!
Mi sporgo verso di te, voglio abbracciarti. Apro le braccia e ... sconfitta. Verso il cielo è sfuggita.
Così andava per le avene incolte la mia anima e le parole, che udì solo la notte.
Eva Bonitatibus