Pettini, lavastoviglie, racchette, romanzi d’amore

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Mi torna alla mente la storiella di quel tale che diceva: «Bravo chi ha inventato la ruota; ma se non c’erano quelli che inventavano le altre tre, col cavolo che le producevano, le automobili!». Ho letto giorni fa Dario Moretti, Il lavoro editoriale, Laterza, 1999/2005. Sotto le cento pagine, bibliografia compresa che suggerisco di leggere senza soluzione di continuità con il testo, dico subito che non è una lettura impegnativa. Anzi, come si direbbe di certe lager, è di pronta beva (e se non fosse appunto per la nota bibliografica, risulterebbe un po’ corto sul finale).

Il volume ha il pregio immediato di indurci una riflessione semplice ma non banale: per molti aspetti il libro è una cosa, un oggetto, un prodotto al pari di altri. Prima d’esser letto, torna o dovrebbe tornare piacevole alla vista, al tatto, all’olfatto persino. Anche l’atto dell’acquisto spesso porta con sé uno specifico rituale – ricordo che io pure consideravo con repulsione l’idea di acquistare libri nei supermercati, sebbene le copie di un medesimo libro siano, in effetti, identiche lì o nella più ricercata libreria. Il libro è dunque una merce, e non cambia questa sua natura il fatto che esso sia veicolo d’idee. Proprio come le altre merci, dunque, e con le dovute eccezioni (ad esempio i prodotti dell’editoria scientifica), esso deve la gran parte della sua fortuna al fatto che esista, per esso, una domanda, dei compratori. In un mondo in cui tutto è consumo, poi, si scopre che il libro non è più neanche il solo veicolo delle idee. Ricorda correttamente Moretti che anche le altre merci, oggi, si fanno considerare o vengono percepite come veicolo di idee: un certo abito, un tipo di automobile, tanto altro. Al pari di altri prodotti, il libro supererà dei test per risultare il più vendibile possibile, al pari di altri prodotti risponderà, in buona misura, a standard verificati per incontrare il maggior favore del pubblico. In ciò, l’autore dell’opera diventa soltanto uno dei vari fattori della produzione della merce libro. Accanto a lui si trovano, spesso con dignità, ambita, reale o percepita, quasi pari, il traduttore, l’agente letterario, l’editor. In casi particolari, quale ad esempio la realizzazione di una enciclopedia, la notevole mole di impegno di organizzazione e di coordinamento delle tante parti dell’opera, rispetto alla quale nel suo complesso, l’apporto delle singole firme sulle singole voci è sicuramente parzialissimo, non del tutto a torto è l’editore medesimo a sentirsi, in certo senso, “autore”. Il produttore, la casa editrice, a sua volta e negli altri casi, è comunque il centro di imputazione di tante professionalità, di tanti mestieri, diversi dei quali oggi per lo più esternalizzati – ma questo, magari, seppure Moretti lo accenni, è un altro discorso ancora; del resto, il suo volume, edito nel 1999 e riedito nel 2005, segna proprio con le date un importante periodo di passaggio tra gli strumenti tradizionali di produzione e stampa in epoca contemporanea e quelle con le quali si fa più ampio ricorso alle nuove tecnologie. Come si fabbrica a tavolino un best seller? Qual è l’incidenza della pubblicità sul successo di un prodotto editoriale? Come si articolano le scelte dell’imprenditore editore? Quale differenza c’è e quali effetti porta anche tra il pubblico, tra il produrre migliaia di titoli, ciascuno di essi capace di una tiratura limitata, o pochissimi titoli invece, stampati in un numero di copie esorbitante? Questa industria è talvolta finanche capace di mutare la prospettiva, se non la natura, dell’autore. Moretti riporta sul punto una illuminante frase che Daniel Pennac, ne La prosivendola, uno dei primi volumi della saga di Benjamin Malausséne - che anch’io ricordo di aver seguito, partendo decenni addietro, attraverso tutti gli appuntamenti, quasi sempre con le lacrime agli occhi per il ridere -, fa dire alla regina Zabo, perfida ma esperta editrice, capo incontrastato delle Edizioni del Taglione, per definire i nuovi scrittori, assetati di fama e di successo: «Non scrivono per scrivere, ma per aver scritto». Perché leggerlo? Il lavoro editoriale è uno spunto per qualche buona domanda e noi, si sa, stiamo sempre lì a rovistare, cercando il senso di qualcosa.

Rocco Infantino

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