Il passaggio all’era contemporanea è stato rappresentato principalmente da un modo differente di produzione legata all’industrializzazione, ma caratterizzato soprattutto dalla velocità del progresso scientifico e dal cambiamento radicale nell’ambito dei trasporti e della vita in genere.
Ciò ha generato una forte attenzione anche nel mondo degli intellettuali e degli artisti, che hanno interpretato in modi differenti questo fenomeno. Tra coloro che sostennero lo sviluppo economico e l’impatto delle nuove tecnologie nei diversi ambiti del sapere furono i Futuristi, che firmarono il loro Manifesto nel 1909, ove si legge ad esempio: Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità […].
Il Manifesto Futurista fu pubblicato il 5 febbraio del 1909 da Filippo Tommaso Marinetti sulla Gazzetta dell’Emilia e il 20 febbraio su Le Figaro.
È proprio la velocità la dinamite che procura la rottura con il vecchio mondo, con il mondo dei secoli precedenti, in cui le innovazioni avevano preso vita con un moto e una lentezza differente.
La parola dinamite deriva etimologicamente dal greco δύναμις «forza, potenza» ed è proprio con tale dirompenza che la società viene coinvolta da un forte dinamismo, da una voglia di cambiamento e di entusiasmo nei confronti del progresso e della modernità.
Tra i fondatori del Futurismo vi fu Umberto Boccioni (Reggio Calabria, 1882 - Verona, 1916), che si distinse per le sue capacità artistiche e per le intuizioni alla base del pensiero del movimento stesso, nonostante la sua breve vita e carriera artistica. Il 14 marzo del 1907 scriveva infatti: “Vorrei cancellare tutti i valori che conoscevo che conosco e che sto perdendo di vista, per rifare, ricostruire su nuove basi! Tutto il passato, meravigliosamente grande, m’opprime io voglio del nuovo!”. Da tali affermazioni si evince come l’artista, seppur riconoscendo la grandezza dell’antico, ha desiderio di novità, di un nuovo modo di esprimersi, di vivere e vedere il mondo traducendolo in pittura, in arte.
È proprio da tali premesse che prese vita il movimento futurista, i cui componenti elaborarono, per le singole arti come la pittura, la musica ed altre, specifici manifesti in cui veniva delineato il nuovo pensiero, a fronte di una profonda meditazione sulla realtà e sui cambiamenti in atto.
Come si legge nel Manifesto Tecnico della Pittura Futurista: Il gesto per noi, non sarà più un momento fermato dal dinamismo universale: sarà, decisamente, la sensazione dinamica eternata come tale.
Tutto si muove, tutto corre, tutto volge rapido. Una figura non è mai stabile davanti a noi, ma appare e scompare incessantemente. Per persistenza della immagine nella retina, le cose in movimento si moltiplicano, si deformano, susseguendosi, come vibrazioni, nello spazio che percorrono. Così un cavallo in corsa non ha quattro zampe: ne ha venti e i loro movimenti sono triangolari.
È proprio in linea con tale Manifesto che Boccioni realizza le sue opere, tra cui una delle principali è La città che sale (1910), in cui descrive una realtà, ormai in corsa verso la modernità testimoniata dalla presenza di una centrale elettrica in costruzione.
La scena è caratterizzata da un fortissimo dinamismo, da un’esplosione di colori e di movimento. Partendo dalla tecnica divisionista, caratterizzata da tratti allungati di differenti campiture, sempre più in evoluzione verso un marcato Futurismo, Boccioni pone al centro della scena un cavallo dalle campiture rosso-arancio, le cui briglie in azzurro sono mantenute dagli operari con le casacche di colore giallo. Il cavallo con forza, si dirige verso l’altro cavallo bianco, posto di fronte e, tutta la scena segue una linea diagonale, dominata da cavalli in corsa e quasi imbizzarriti, contornati da figure umane che cercano di reggere le redini; invece, sono quasi travolte dal turbine di tale energia.
Il cavallo, animale profondamente amato da Boccioni, è simbolo di forza, vigore, movimento dinamico e l’artista lo rappresenta caratterizzato da forte tonicità muscolare, dall’elevato volume, con le criniere al vento, mentre sfreccia nello spazio pittorico dominando la scena.
Sullo sfondo, sulla destra sono presenti altri cavalli in movimento e alcune ciminiere, da cui fuoriesce del fumo, il quale indica che l’attività industriale ormai ha preso piede ed è sempre più dominante nell’ambito della realtà cittadina, il tutto in un alternarsi di cromie forti e tenui.
L’opera è portavoce della poetica di Boccioni e del Futurismo, in quanto vengono esaltati l’impatto della modernità, del dinamismo e della velocità e di come esse abbiamo influito, come una dinamite, nel nuovo modo di vivere e di guardare la realtà.
Bruna Giordano