L’utile nell’inutile

osservare mostre 1

Secondo un articolo scritto su “La Stampa” ogni tre quarti d’ora c’è un assessore che taglia il nastro di inaugurazione di una mostra. Ne allestiamo 11mila l’anno in quasi 4 mila sedi diverse, e spendiamo per questo quasi 2 miliardi di euro.

Certamente sono il teatro dove l’intreccio tra opera d’arte, artista, curatore, pubblico, contesto espositivo e mercato produce i suoi effetti più significativi in materia di promozione dell’artista, di politica culturale e naturalmente di valore dell’arte stessa. E’ necessario però distinguerle tra “mostre utili, belle e riuscite” e “mostre pretestuose, dannose e fallite”, con le prime che sono quelle sorrette da un’idea, una scoperta, un’acquisizione, una visione storiografica o anche dalla ricostruzione di un nodo storico o stilistico così rilevante da giustificare lo spostamento delle opere. Un esposizione è riuscita quando è in grado di rivolgersi sia a un pubblico di specialisti, sia a un pubblico generico, anche se nella realtà dei fatti assistiamo sempre più spesso a una sorta di contrapposizione tra mostre incapaci di parlare al grande pubblico, ed esposizioni d’intrattenimento che fanno inorridire gli esperti. Credo proprio che il problema principale nasca attorno al pubblico a cui la mostra, di fatto, si indirizza. Questa antitesi tra “esperti” e “non esperti”, che negli ultimi anni è stata alimentata ad arte da chi ha imparato a organizzare esposizioni dal sapore spiccatamente commerciale, probabilmente è all’origine della proliferazione di tutti quei prodotti d’intrattenimento che vengono spacciati per mostre di elevato profilo culturale. Viviamo nel mondo globalizzato del turismo totale, e questo è un fatto sia positivo che negativo. Come guardiamo è il riflesso di cosa cerchiamo; Goethe diceva di iniziare a comprendere Roma e l’arte romana solo dopo mesi e mesi di permanenza, noi spesso finiamo per dire di “aver visto Londra” avendoci fatto un weekend. Così come finiamo per affidarci alle audioguide nella “conoscenza” dell’opera di un pittore. E la maggior parte di coloro che entrano nei musei sono persone curiose giunte lì per vedere la Gioconda che “è piccola”, per un Mirò “che lo facevo pure io”; questo non è giudicabile solamente come turismo di basso livello, è ciò che permette anche molti restauri e permette mostre di qualità e il successo . Questo flusso di persone giubilanti può essere anche una opportunità in più, l’importante è far capire che non si esaurisce al “tutto lì” . Far presa su un pubblico “non esperto”, si sa, non è particolarmente difficile, tanto che si è ormai affermato un modello ben preciso, che da anni viene seguito da diverse società specializzate nella produzione di mostre del genere: si raduna un gruppo di opere di artisti noti a tutti e capaci di esercitare un indubbio fascino (Michelangelo, Caravaggio, impressionisti, Frida Kahlo... ), si promuove l’evento con un marketing forte e onnipresente, si fa leva sulle forti emozioni che la mostra sarebbe capace di suscitare, si creano eventi di contorno chiamando a raccolta personaggi di grande impatto sul pubblico, a mostra in corso si rilasciano a ogni piè sospinto comunicati stampa in cui si annunciano i vari record di visite battuti, ed ecco che qualunque armeggione dotato di agganci giusti, intraprendenza, spirito commerciale e sponsor disposti a sovvenzionare l’operazione, può improvvisarsi curatore. E spesso per riuscire nell’intento basta movimentare anche una sola opera. Anzi: il genere one-painting show sembra essere quello che ultimamente va per la maggiore, esposizioni di una sola opera che ripagano il minor impegno organizzativo, e intellettuale anche da parte del pubblico, con “impagabili emozioni” e numeri da record. Questo genere di mostre comportano meno rischi, meno spese, meno fatica, ma uguale successo .

Secondo alcuni esperti un’esposizione di una sola opera può essere giustificata qualora si debbano presentare i risultati di un recente restauro, quando un’opera viene restituita alla collettività, o quando l’opera è stata oggetto di indagini che hanno portato a nuove scoperte .Ci sono dei chiari indizi che possono farci comprendere la bontà di un’operazione.

Parliamo di mostre accomunate da un solido impianto scientifico, dai legami (spesso molto forti) tra opere esposte e museo ospitante, dall’elevata professionalità della curatela: caratteristiche che, del resto, non dovrebbero mai mancare a un’esposizione, sia essa di una o più opere. Per quanto il mondo delle mostre d’arte antica rischi di diventare sempre più simile a un circo in cui ognuno sembra essere autorizzato a curare anche la più squallida delle operazioni, occorre dar atto che, per fortuna, possiamo ancora contare su un numero ben nutrito di esposizioni serie: basta solo saper distinguere e fare attenzione.

Serena Gervasio

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