La riflessione sulla città contemporanea non può prescindere da un’indagine di carattere propriamente archeologico e fenomenologico. Quando ci interroghiamo sui vuoti che si stanno generando nel nostro tessuto urbano, evochiamo un'immagine che è al contempo materiale e metafisica.
La città, infatti, non si costituisce mai come un mero assemblaggio inerte di cemento, ferro e asfalto, bensì come la proiezione tangibile del pensiero umano, delle sue stratificazioni storiche e delle sue fratture sociali. Essa rappresenta il volto pubblico di complessi sottosuoli sociali ed economici. In quest'ottica, i vuoti urbani odierni non configurano una semplice assenza di materia, ma denunciano una più profonda amputazione di senso. Per comprendere la portata di tale metamorfosi, è necessario connettere due polarità costitutive dell'esperienza filosofica dello spazio: la dimensione topografica dei luoghi e l'esperienza incarnata del corpo vivente.
Il corpo urbano si ammala: la genesi dei vuoti e i «non-luoghi»
Se intendiamo la città come un organismo bioculturale, i vuoti generati dalle recenti dinamiche di sviluppo o abbandono appaiono come vere e proprie lesioni di un corpo vivente. Storicamente, la città occidentale si è strutturata attorno al concetto di limite e di centro, dove la piazza, il mercato e la via rappresentavano i cardini di una densità relazionale. Oggi assistiamo a un processo inverso: la proliferazione di spazi de-storicizzati, aree industriali dismesse, centri commerciali periferici o piazze svuotate della loro funzione aggregativa. Marc Augé ha magistralmente definito queste realtà come «non-luoghi»: spazi di puro transito, di consumo o di solitudine obbligata, in cui l'individuo non si relaziona, non trova una memoria condivisa e non edifica alcuna identità. I vuoti urbani contemporanei sono la manifestazione fisica di questi non-luoghi, spazi sottratti alla cura collettiva e ridotti ad aree d'attesa o di abbandono. Dal punto di vista ontologico, il vuoto urbano non è il nulla assoluto, ma è un vuoto carico di una latenza traumatica. Esso agisce come un «arto fantasma» della polis: un'area amputata di cui la comunità continua a percepire dolorosamente l'assenza e il richiamo. Martin Heidegger, nel suo celebre saggio Costruire, abitare, pensare, ricordava che il «costruire» non ha come fine ultimo la semplice produzione di edifici, ma trova il suo significato autentico solo nell'«abitare». E l’abitare, per il filosofo tedesco, consiste nel preservare, nel custodire la terra, il cielo, i mortali e i divini. Quando la città genera vuoti e non-luoghi, essa cessa di essere un ambiente accogliente per l'abitare e si trasforma in una macchina spaziale astratta, in cui il tessuto connettivo della comunità si sfalda e lascia il posto a una desolata frammentazione.
La reazione dei corpi: discipline, flussi e solitudini urbane
Questo svuotamento spaziale esercita un impatto immediato e profondo sulla dimensione antropologica e corporea degli abitanti. Lo spazio prende vita solo attraverso l'azione dei corpi, e il corpo, a sua volta, necessita di uno spazio significante per potersi esprimere e muovere liberamente. Michel Foucault ha ampiamente dimostrato come le strutture architettoniche urbane siano storicamente legate ai dispositivi di potere e di controllo bio-politico. Nella città contemporanea, la rarefazione degli spazi di incontro spontaneo traduce un modello di controllo più sottile ma ugualmente pervasivo. I corpi degli individui vengono incanalati in flussi rigidamente programmati: percorsi stradali, varchi di sorveglianza, corridoi di consumo. Non vi è più spazio per la deviazione, per la sosta incondizionata o per il cammino privo di una finalità produttiva.
Nel contesto di questa città che fluidifica i transiti ma irrigidisce le relazioni, il corpo umano sperimenta una forma radicale di isolamento. Zygmunt Bauman, descrivendo le dinamiche della modernità liquida, ha evidenziato come la paura urbana si traduca spesso in strategie di evitamento e separazione. La città, originariamente concepita come il luogo della protezione e della massima espressione della socialità (la polis greca), rischia di rovesciarsi nel suo opposto: un teatro di solitudini giustapposte, dove la presenza dell'altro è percepita come una potenziale minaccia o come un ingombro. I corpi, privati di spazi pubblici inclusivi e caldi, si ritirano nella sfera privata o si rifugiano nell'effimera sicurezza dei non-luoghi commerciali, rinunciando alla dimensionale politica della prossimità e dell'incontro.
Il vuoto come spazio trasformativo: per una filosofia del «riabitare»
Se la diagnosi della città contemporanea evidenzia una patologia dei vuoti e delle solitudini, la filosofia non può limitarsi a una constatazione passiva, ma deve intravedere nel vuoto stesso un'apertura e un'occasione trasformativa, proprio come suggerito nella traccia programmatica del nostro numero. Il vuoto, proprio perché privo di una destinazione d'uso rigida e predeterminata dalle logiche del mercato, può essere ripensato come lo spazio della possibilità e dell'attesa. Maurice Merleau-Ponty, nella sua Fenomenologia della percezione, ha chiarito che l'uomo non è semplicemente «nello» spazio come un oggetto in una scatola, ma è lo spazio stesso attraverso il suo corpo incarnato (corps propre). Esiste una reciprocità originaria tra la nostra carne e la carne del mondo, e quindi tra i nostri corpi e la città.
Per riempire i vuoti urbani, di conseguenza, non occorre procedere a una ulteriore e compulsiva colata di cemento, né all'edificazione di nuove strutture commerciali che saturerebbero lo spazio senza produrre senso. La vera sfida filosofica e politica consiste nel «riabitare» il vuoto attraverso la riattivazione dei corpi e delle relazioni di comunità. Abitare il vuoto significa trasformare l’assenza in una soglia, in un luogo di sperimentazione sociale, culturale e artistica, dove l'imprevisto e l'incontro spontaneo possano nuovamente trovare cittadinanza. Restituendo i corpi alla città e la città ai corpi, il vuoto cessa di essere una ferita legata alle macerie del passato e si converte nel terreno fertile sopra il quale edificare una nuova idea di comunità: aperta, fluida, capace di trasformare la brutalità dello spazio isolato nella conoscenza condivisa e nel luogo del cuore.
Concetta Vaglio
Letture consigliate:
R. Sennett, Costruire e abitare, Etica per la città, Feltrinelli, 2018