“Il concetto chiave non è più la ‘presenza’ in rete,
ma la ‘connessione’: se si è presenti ma non connessi, si è soli.”
A.Spadaro
Tutti concordano sulla consapevolezza di vivere tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano tale rivoluzionaria trasformazione alla tecnologia. Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia alterando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di uomini, lavoratori e consumatori. Eraclito con il suo Panta Rei, ci rivelava che l’unico principio al quale l’essere obbedisce necessariamente è quello del mutamento: «Mutando sta fermo».[1] Per il filosofo nella continua tensione degli opposti si gioca l’armonia dell’universo.
Ed è la filosofia che contribuisce ad afferrare quel principio multiforme che di volta in volta governa la realtà e comunica agli uomini dall’interno della caverna platonica. Credo sia abbastanza intuitivo ritenere che non si possa più pensare oggi alla cultura, e dunque anche alla filosofia, in termini prettamente “cartacei”. Il Web ha esteso globalmente la comunità scientifica, ben oltre i confini tradizionali dei circuiti universitari e dei materiali a stampa. Estensione sicuramente benefica per il sapere, perché essa ha l’opportunità di inserirsi attivamente nel dibattito sulle grandi questioni del nostro tempo. Ma in agguato c’è sicuramente il rischio che essa si trasformi in ovvietà e che venga soppiantata dalle logiche popolari dei social network o che perda la sua capacità critica. D’altronde Eraclito docet: «Sapere molte cose non insegna ad avere intelligenza».
Edgar Morin scriveva che “il XX secolo ha vissuto sotto il regno di una razionalità che ha preteso di essere la sola razionalità, ma che ha atrofizzato la comprensione, la riflessione e la visione a lungo termine. La sua insufficienza nell’affrontare i problemi più gravi ha costituito uno dei problemi più seri per l’umanità.” L’inadeguatezza degli strumenti cognitivi tradizionali emerge in tutta la sua portata di fronte all’esplosione di nuovi fenomeni. La tecnologia informatica ha infatti dischiuso un nuovo orizzonte conoscitivo. Con l’avvento di Internet, infatti, “non abbiamo semplicemente a che fare con un nuovo strumento, ma siamo entrati in un nuovo ambiente, in un nuovo spazio”.[2]
L’Internet andrebbe considerato come un vero e proprio spazio pubblico, secondo la definizione che ne ha dato Hannah Arendt in una delle sue opere più intense, Vita Activa. La Condizione Umana: “In primo luogo, [...] ogni cosa che appare in pubblico può essere vista e udita da tutti e ha la più ampia pubblicità possibile. Per noi, ciò che appare - che è visto e sentito da altri come da noi stessi - costituisce la realtà […]. La presenza di altri, che vedono ciò che vediamo e odono ciò che udiamo, ci assicura della realtà del mondo e di noi stessi […] In secondo luogo, il termine “pubblico” significa il mondo stesso in quanto è comune a tutti e distinto dallo spazio che ognuno di noi vi occupa privatamente [...] La sfera pubblica, in quanto mondo comune, ci riunisce insieme e tuttavia ci impedisce, per così dire, di caderci addosso a vicenda”.
Se questo è vero, allora la critica al linguaggio, per dirla con Wittgenstein, va indirizzata non tanto verso la tecnologia come tale, bensì contro l’uso di un linguaggio che non appare più adeguato al tempo della Rete.[3] Dovremmo cominciare a parlare di spazio, di relazione, di complessità. Internet è diventato oramai la trama delle nostre esistenze. Le nuove tecnologie inaugurano oggi l’accesso a un diverso modo di abitare la Terra. I tradizionali confini spazio-temporali all’interno della cui geometria l’individuo è abituato a orientarsi perdono tutto il loro consueto significato. Se prima incontravamo un amico al parco ora percorriamo le strade infinite del cyberspazio: un ambiente di natura virtuale e interattiva, qualificato dalla comunicazione, non dalla territorialità. Si tratta di un ambiente disegnato dall’utilizzo del computer, con il quale si accendono contatti istantanei, si cancella ogni confine spazio-temporale per disorientarsi nella simultanea coesistenza di ogni cosa, emergente dalla dissolvenza del limite tra esterno e interno. “L’uso protesico delle nuove tecnologie incide dunque profondamente sulle attitudini cognitive come su ogni altra manifestazione vitale delle nuove generazioni. Si tratta di individui che vivono costantemente connessi.”[4] Affacciandosi ogni giorno su un desktop e guardando il mondo da un oblò pixellato, vedono e costruiscono il mondo in modo differente: attraverso lo schermo si specchiano e si definiscono. D’altronde oggi abbiamo cura non soltanto d’Essere ma di Apparire, non curiamo soltanto noi stessi ma anche il nostro simulacro, il nostro Avatar. Il mezzo digitale incarna, a detta di Byung-chul Han, autorappresentazione e autoesibizione. Il narcisismo di oggi è sintomo di un abissale e intrinseco vuoto dell'io, in crisi d'identità e sempre più irrequieto. Del resto, nella nostra epoca nulla ha durata e stabilità. E così, questo Io ansiogeno genera la dipendenza da “selfie”.
Siamo cascati nella rete (di nuovo) tecno-logica e come Prometeo diventiamo un tutt’uno con essa. L’ibridazione uomo-tecnologia, evidentemente, incide, vistosamente anche sugli eventi stessi, l’uomo si ristruttura insieme con il mondo circostante, simbioticamente. “L’essenza digitale disegna pertanto un nuovo mondo, e per studiarne l’architettura occorre una nuova alfabetizzazione, che ci consenta di dialogare con l’uomo nuovo.”[5] D’altronde non è la vita “reale” a essere incomprensibile a favore di quella “virtuale”, ma è quest’ultima che ha plasmato la vita delle relazioni, anche quelle non mediate da un computer o da uno smartphone. Le giovanissime generazioni hanno acquisito una “web forma mentis”[6]: per loro ogni cosa si può ottenere immediatamente, le informazioni sono sempre disponibili, si può comunicare con tutti e in ogni momento, si possono diffondere informazioni pur non essendo degli esperti. “L’esposizione massiccia alla tecnologia digitale, in pratica, non influenza riducendo lo spazio della vita reale, ma piuttosto imprime la sua logica anche a quest’ultima. In tal senso è possibile individuare nella nuova generazione un cambiamento qualitativo”[7]: essa manifesta un proprio originale carattere nell’iper-connessione! Certamente il male non è nello strumento, bensì in chi ne fa uso. Ma in questo caso, il male è davvero negli utenti? O forse sta semplicemente nell’abuso? Vasco Brondi cantava:
“Vanno bene i progressi, ma tu come ti senti?”[8]
È ovviamente banale limitarsi a demonizzare internet. La motivazione di questo smarrimento d’oggi va ricercato in qualcosa di più profondo. Ogni evoluzione di grande portata ha sempre sollevato indignazioni e la ricostruzione storica, a ponderati anni di distanza, ha cercato di dare delle risposte. Tra un po’ di anni forse andare su Internet sarà come fumare: “Nuoce alla salute mentale e relazionale”.[9] È abitudine pensare che ciò che viene mandato in rete non sia reale, non essendo effettivamente tangibile in senso strettamente materiale e questo comporta una ir-responsabilizzazione importante. Si parla di proprietà privata interiore, di segretezza, di come esista ancora una parte non pubblicata, non visibile di ogni individuo che usa/abusa dei social. Ci si chiede se una realtà vera, in contrasto alla perfezione patinata di quello che si è abituati a vedere su internet, esista ancora. Ma ci chiediamo ancora:
“Moltitudine o solitudine?”
O entrambe?
Per McLuhan, l’homo electronicus è un uomo della folla: L’uomo della folla è l’abitante elettronico del globo terrestre e al tempo stesso è connesso con tutti gli altri uomini. Antropomorficamente de-umanizzato è un Nessuno. “L’homo digitalis è tutt’altro che un ‘Nessuno’: egli conserva la sua identità privata persino quando si presenta come parte dello sciame. Si esprime in modo anonimo, ma di norma ha un profilo e lavora senza posa all’ottimizzazione di sé. Invece di essere Nessuno, è insistentemente Qualcuno che si espone e ambisce all’attenzione. Al contrario, il Nessuno massmediatico non reclama per sé alcuna attenzione, si dissolve semplicemente nella massa.”[11]
I modelli collettivi di movimento degli individui digitali sono, come gli sciami, costituiti da animali, instabili. Il mondo dell’homo digitalis, inoltre, presenta una topologia completamente diversa, alla quale sono estranei grandi spazi chiusi. “Gli abitanti digitali della rete non si riuniscono perché manca loro la spiritualità del riunirsi, che produrrebbe un Noi. Essi danno vita a un peculiare assembramento senza riunione, a una massa senza spiritualità, senza anima o spirito. Sono principalmente individui isolati, hikikomori auto-segregati. Si raggruppano soltanto in maniera estemporanea sotto forma di smart mobs. In questo lo sciame digitale si differenzia dalla massa classica, che non è volatile ma volontaria e non costituisce un modello transitorio, bensí una formazione stabile. La massa classica, provvista di un’anima unificata da un’ideologia, marcia in una direzione. Grazie alla decisione volontaria e alla stabilità, è anche capace del Noi, dell’azione.”[12] Soltanto la massa decisa a un’azione comune genera il potere. Massa è potere. Ricordate il testo illuminante di Canetti? Questa decisione manca agli sciami digitali perché essi non marciano. Si dissolvono con la stessa rapidità con cui si sono formati. A causa della loro fugacità non sviluppano energie politiche.
Dunque non la moltitudine, quanto piuttosto la solitudine contraddistingue la forma sociale odierna, sopraffatta dalla generale disgregazione del comune e del collettivo. E se di azione si può ancora parlare nell’internet andrebbe rivista nelle applicazioni.
D’altronde così è se vi pare!, la rete è ormai da anni la nostra ‘realtà’ e oggi più che interrogarsi sull’eticità della sua formazione e del suo utilizzo credo sia conveniente interrogarsi su come noi, uomini, potremmo abitare (semmai) questo nuovo mondo e discuterne attraverso una nuova lingua!
Concetta Vaglio
Testi consigliati:
- Piero Dominici, Dentro la società interconnessa: La cultura della complessità per abitare i confini e le tensioni della civiltà ipertecnologica. Franco Angeli, 2019
- Byung-Chul Han, Nello sciame. Visione del digitale,Nottetempo 2015.
Film consigliati :
- Disconnect 2012;
- The Circle 2018.
Disco consigliato:
- Le Luci della centrale elettrica, Terra, 2017
Fonti
[ frammento 84 a]
[ E. Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaello Cortina Editore, Milano 2001, p. 46.; M.L.Giacobello, Pensare/Internet. Il coraggio della filosofia, in Brainfactor, 2016.]
[M.L.Giacobello, Pensare/Internet. Il coraggio della filosofia, in Brainfactor, 2016]
[Le Luci della centrale elettrica, Iperconnessi, In Terra, 2017.]
[Intervista a Vasco Brondi, https://www.repubblica.it/spettacoli.]
[Le Luci della centrale elettrica, Iperconnessi, In Terra, 2017.]
[Estratto da Byung- Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale, Nottetempo, 2015 ci chiediamo ancora: ' elettrica, Iperconnessi, In Terra, 2017.r non essendo snuovo mondo! ra Avatar.]