Le Maschere Antropologiche di Tricarico: una tradizione suadente che resiste nel tempo

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Foto di Giuseppe Soldo

“Nella comunione di pane e di parole, ricordiamo la transumanza dei pastori e delle loro greggi. E così non dimentichiamo chi siamo”

 

Che sia usata per nascondere il viso e, in particolare gli occhi, è una evidenza.

Per celare, trasformare e ri-leggere la realtà, la “maschera” ha da secoli assunto un forte simbolismo ontologico, quasi a voler rappresentare la molteplicità di alter ego e forme che abitano l’animo. Un tentativo non solo estetico, quanto piuttosto di visione, di incarnare la dicotomia essere/apparire.

Ma tra storia e mito, spiritualità e riti, indossare una maschera, è per alcuni (e non solo nella stagione carnascialesca dedicata), una tradizione irrinunciabile. Ce lo conferma Antonio Rito, membro della Pro Loco di Tricarico e “capo mandria” di uno dei Carnevali più antichi della Basilicata, quello del paese materano, dove, con le Maschere Antropologiche, si mette in scena la Transumanza delle mandrie.

Quale ruolo incarna?

La mucca, in qualità di capo mandria perché, pur non essendo il più anziano del gruppo, porto con me “la scasatora” (campana), che ha il peso di 15 kg e conduco l’intera sfilata, precedendo le altre figure di circa 10 metri. Il mio costume è bianco e indosso un cappello a falda larga, contornato da un velo a cui sono legati tanti nastrini colorati; quella del toro è, invece, di colore nero.

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Foto di Giuseppe Soldo

Quale momento di fattispecie mettete in scena?

La transumanza. Anticamente, e in assenza della Basentana, Tricarico era collegata alla Via Appia, i pastori con le loro greggi affrontavano i viaggi che dalla montagna conducevano verso la zona marina, alla ricerca di pascoli che potessero sostentare gli animali e quindi di condizioni climatiche più miti.

Cosa prevede la riproposizione?

Nella notte del 16 gennaio, aspettando l’alba del 17, giorno in cui si celebra il santo protettore degli animali, Sant’Antonio Abate, si accende un enorme falò e si procede con la vestizione dei componenti del gruppo con le maschere tradizionali. Intorno alle 3.45 del mattino, si va per le vie del paese a dare la sveglia alle persone, attraversando tutti i vicoli del centro storico, perché ci sia una totale partecipazione. Ci si reca in un vecchio frantoio dove si fa colazione e in seguito si va verso la chiesa di Sant’Antonio dove si è accolti dal “capo massaro”, a seguire e a sovrintendere questa lunga passeggiata anche il conte e la contessa, proprietari della mandria. Il parroco celebra la Santa Messa, benedice la mandria e dopo tre giri intorno alla struttura della chiesa, si scende alla volta del paese. Giunti qui, ci si divide in gruppi per la questua; il ricavato, composto da beni alimentari, si conserva nel frantoio, luogo in cui sarà consumato e condiviso con tutti e in cui si suoneranno serenate sino alla notte successiva, in un momento di grande gioia e festa.

Da quanto tempo partecipa a questa manifestazione?

Ero davvero molto piccolo, per noi è quasi istintivo prendervi parte. La tradizione viene tramandata di padre in figlio e siamo ben lieti che ora anche dai paesi limitrofi, a rischio spopolamento, si avvicinino al nostro Carnevale, quasi a consolidare e a conservare un rito antichissimo e dal fascino sempre più forte. Si è anche creata una rete che include otto paesi lucani, che si sono consorziati proprio all’insegna del carnevale. Il Carnevale di Tricarico, infine, si muove in Italia e in altri paesi esteri per riportare la voce di un passato, così denso di suoni e dalla forte connotazione simbolica.

Perché ritiene che la tradizione sia sopravvissuta ai passaggi del tempo?

Perché il richiamo delle radici è irresistibile. E perché la nostra identità è fatta esattamente di quei passaggi, di quelle ricerche, di quei suoni, di quelle comunioni di pane e di parole.

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Foto di Giuseppe Soldo

Virginia Cortese

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