Lepidotteri e punteggiatura

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Niente a che vedere con prodotti di certo circo letterario, Intransigenze (Adelphi, Milano, 1994) è la raccolta di un discreto numero di interviste che Vladimir Nabokov, l’autore di Lolita e de Il dono, per intendersi, rilasciò nel corso  di molti anni della sua vita e della sua attività di scrittore.

Chi s’aspettasse di trovarci qualche gustoso aneddoto, di scorgere tratti intimi dell’uomo dietro la figura pubblica, di far tesoro di trucchi o segreti del mestiere, o financo di arricchire la propria collezione di santini con una ennesima oleografia dell’artista o - perfidamente aggiungo - di scovarvi frasi tanto sibilline quanto banali con le quali farcire la barra di stato di Facebook e fare così incetta di like, sbaglierebbe. Nabokov, non sembri una contraddizione, non amava le interviste, “se per intervista s’intende una chiacchierata fra due normali esseri umani”, non considerava possibile un dialogo sulla scrittura e sulla letteratura, improntato ad una poco rigorosa spontanea immediatezza; tant’è che chi proprio intendesse, veniva invitato a produrre un elenco di domande scritte alle quali egli forniva altrettanto puntuali risposte scritte. Il volume non è quindi in definitiva una stampa anastatica di ritagli di giornale, bensì una ordinata occasione di dar voce alle sue opinioni personali, così si esprime, su temi pertinenti, che non trovavano a suo dire molto spazio nei suoi scritti narrativi.n questo senso, in questa chiave, è probabilmente sensato proporre questo libro in questo contesto, come un discorso austero sulla produzione letteraria e sullo scrivere, dal metodo alle traduzioni, dalla cura del testo alla conoscenza approfondita delle lingue, alla critica della critica letteraria, oltre che sulla politica, sui costumi, la morale e la dittatura, la Russia e l’America ed altro, fatto da un grande scrittore del secolo scorso. E dire che, sollecitato, proprio Nabokov confessava di non aver mai pensato alla letteratura come una carriera, allo scrivere come una possibile fonte di reddito, avendone spesso immaginata per sé invece “una lunga e appassionante […] nei panni di un oscuro conservatore di lepidotteri in un grande museo”. Intransigenze lo lessi una prima volta nell’agosto del 2006, e l’ho riletto in questi giorni per l’occasione. Non ricordavo, tra le tante cose, certi giudizi su altri scrittori, sui Joyce e sui Kafka, i Tolstoj, Balthus, Balzac, Mann, e altri, che li dividono inesorabilmente, per così dire, tra sommersi e salvati. Non ricordavo nemmeno che da pagina 275, dandole dignità di paragrafo, producesse una così definitiva e sarcastica valutazione del tanto venerato Sartre de La Nausée, a me cara per molte ragioni. Però ricordavo il rigore e la serietà, ben lontani dalle mode o dai miti dello scrivere come viene, con i quali individua, richiesto, le virtù letterarie alle quali cercare di arrivare: “La capacità di chiamare a raccolta le parole migliori, con ogni aiuto disponibile, lessicale, associativo e ritmico, per esprimere con la massima precisione possibile ciò che si vuole esprimere”. Una buona lettura.

Rocco Infantino

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