Non e’ la fame che uccide, ma l’ignoranza

editoriale 1

Lo scorso fine settimana mi sono ritrovata nell’edificio scolastico del mio paese, Castelluccio Inferiore, in provincia di Potenza, ad assistere alla rappresentazione teatrale della compagnia Teatro Rossosimona “Anche io sono Malala”, organizzata dall’associazione “Ricomincio da Tre”.

 

Non vi parlerò della storia della ragazza Premio Nobel per la pace, che ovviamente tutti conosciamo, ma del fatto che mentre l’attrice teneva il suo monologo, catturando i presenti di cui si coglieva un’espressione che diceva << Vai avanti Malala, continua a raccontarci cosa hai vissuto, raccontaci le tue lotte>>, io non potevo far a meno di rammentare il leit motiv di mia sorella Lia: << Francesca non è la fame che uccide ma l’ignoranza! >>.

E infatti “Malala” non perdeva occasione per sottolineare che lì dove c’è ignoranza attecchiscono gli estremismi, che a nulla portano se non a una guerra tra poveri destinata a durare anni, decenni se non di più, e la cosa che poi dicevo tra me e me: << ma ti rendi conto? Proprio in quei luoghi che hanno visto nascere “la civiltà e il sapere”>>.

Ci sono così tanti interessi che portano, a chi ha la possibilità di “comandare” l’informazione e la conoscenza,  il Mondo lì dove più gli fa comodo.

E qui non poteva non venirmi in mente un altro leit motiv del mio professore di diritto pubblico all’università: << Ragazzi abbiate gli occhi della tigre, imparate a leggere tra le righe>>.

Un monito volto ad aprirci gli occhi, perché qualcosa sta accadendo, ma nessuno ve lo sta dicendo.

Vi chiedo di riflettere su questo elemento: bisogna che impariamo a non pensare secondo la logica della distanza che separa i due mondi, secondo cui loro sono là e noi siamo qua, lì si sentono boati di esplosioni, colpi di mitragliatrici, ma qui si sentono attacchi e bombardamenti di informazioni non corrette attraverso la TV e altri canali. Bisogna che l’opinione pubblica si convinca che azioni e decisioni governative non vanno giustificate sic et simpliciter, e che anche noi ( cioè il resto del mondo) abbiamo “colpe”.

Dunque non facciamoci ingannare da ciò che sentiamo, se può essere giusto o sbagliato, ma cerchiamo di leggere tra le righe e sviluppare un senso critico secondo quello che è il significato civico dello stare insieme. Non lasciamo che ci rendano ignoranti, perché è più facile manovrare “chi non sa”, piuttosto che coloro che pongono domande, che chiedono “ma che cosa stai facendo”? E non lasciatevi convincere: quando un uomo uccide un altro uomo non è mai giusto perché gli sta togliendo il diritto alla vita. Piuttosto dobbiamo interrogarci sulle cause di questo progressivo imbarbarimento e cominciare a punire chi ha prodotto tutto questo. Ecco, una sorta di legge del contrappasso come diceva il caro Dante sarebbe auspicabile.

Di Francesca Soloperto

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