
“Hanno detto che i grandi eventi dell’umanità hanno sede nello spirito”- suggerisce uno sfrenato esteta, Wilde, nel suo capolavoro “Il ritratto di Dorian Gray”.
Sarà che oggi non è più consentito, sarà che si introietta davvero poco, sarà che ogni visione si sostanzia all’esterno e si depriva di un valore, il suo, quello dell’origine, della gener-azione.
Una osservazione che nasce dal silenzio, quello contemplativo, ci dona molto più tempo, e racchiude uno spazio.
Un intervallo (di materia e di molecola d’istanti) che è bello, di quella Bellezza che è figlia/madre del genio. Della luce. E della gioia.
Dei sogni di parola.
Cosa c’è di più affascinante di una parola?
Persino di una parola pensata e non pronunciata?
Urlata o custodita che sia, costituisce un monumento ai pensieri.
E se vogliamo, alle esperienze.
Quegli inattesi, cieli di minuti, che determinano le facce delle nostre esistenze; che ci fanno prodighi o aridi, artisti o insensibili, brillanti o banali.
Che sia degli adulatori o dei ladri di lune, le parole, con la loro eleganza formale, con la loro libertà tagliente, con la loro verità sensuale sono stoffa degli ingegnosi meccanismi di senso.
Sono padrone assolute dei tormenti, delle indifferenze e delle inutili sovrastrutture con cui gli uomini si arrovellano.
Sono le stesse, infine, che generano i segreti dell’arte.
Che custodiscono il “pneuma” di un’armonia.
Che osserviamo attoniti, in una notte qualsiasi di una sera d’autunno piena d’amore.
Buona lettura.
Virginia Cortese