Credits Lorena Vaccaro
“La linguistica è una cosa seria…non ha né inizio né fine…”. Roberto Vecchioni, L’ Orso bianco era nero, storia e leggenda della parola, Piemme Edizioni, 2025, pag. 7
L’origine del linguaggio è per noi inattingibile. Non è assolutamente possibile sapere quando l’uomo cominciò a parlare.
Un’origine suggestiva può essere quella Biblica, considerata la prima lingua dell’umanità, quando Adamo avrebbe dato arbitrariamente un nome alle cose. La stessa spiegazione della pluralità delle lingue è Biblica, con la Torre di Babele, in Mesopotamia - oggi Iraq – dove vivevano, millenni prima di Cristo, i Sumeri, primo popolo a fare una riflessione sul linguaggio. Sono dei Sumeri i più antichi testi scritti: lingua in forma grafica, all’inizio solo un ideogramma, una * (stella) per indicare il cielo, poi la prima parola, AN, un sillabogramma, che vuol dire cielo. Più sillabogrammi insieme formarono poi parole più complesse. Ma per una evoluzione ulteriore bisogna aspettare i Fenici, che introdussero le consonanti, riducendo sillabe e segni e poi i Greci con le prime vocali fino alla successiva elaborazione dei Latini. Da questi studi grafici si può’ risalire, in parte e con approssimazione, alle prime capacità di articolazione del linguaggio da parte dell’uomo.
Si può dire che questo sia il substrato di ciò che è avvenuto in seguito: la formazione, evoluzione e contaminazione dei diversi modi di esprimersi dei Popoli, che hanno usato il linguaggio come fatto naturale, poi sociale. Lo avevano già capito i Greci. Platone, in uno dei suoi Dialoghi fa discutere Socrate con Cratilo sulle origini del linguaggio. A favore della naturalità del linguaggio, gli Stoici portavano ad esempio le onomatopee; contrario era Aristotele, che, per primo, parlò di relazione tra anima e voce: “ciò che è nella voce è già nell’anima”. Qui si trova, in nuce, la teoria di Ferdinand De Saussure, linguista svizzero della seconda metà dell’‘800, considerato il padre della linguistica moderna – lo Strutturalismo - che chiamò l’aspetto fonico della lingua Significante e quello concettuale Significato. Per De Saussure la lingua è un sistema sincronico, con precise regole che la tengono insieme. Un sistema di “segni” che esprimono la lingua parlata in un dato momento. De Saussure lascia distinte sincronia e diacronia, sistema ed evoluzione. Con la sua teoria comunque apre la strada agli studiosi della Scuola di Praga per i quali la lingua è elemento funzionale, vivo, capace di evolversi e contaminarsi. Nella ricostruzione delle lingue indoeuropee, diventa fondamentale allora risalire al sostrato. Quando una nuova lingua si innesta su quella precedente, il sostrato rimane latente, nel lessico, nella struttura e, soprattutto, nella fonetica. La fonetica è – di fatto – l’ultima cosa che si perde, o non si perde affatto. Se sentiamo parlare in italiano un nativo anglosassone, capiamo da dove proviene. Lo stesso avviene per i dialetti, il cui sostrato è il latino, che si era a sua volta innestato sui linguaggi locali – ad esempio l’Osco umbro, l’etrusco, l’Italico. I nativi articolavano il latino secondo le proprie inclinazioni linguistiche e la loro cadenza. Lo stesso è avenuto per l’italiano sui dialetti. Oggi l’italiano ha cadenze regionali e ogni regione conserva in fondo la sua lingua. Nel superstrato rimane il sostrato, che si è corrotto, modificato, adattato ai tempi e recepito neologismi, ma c’è.
Un excursus che ho qui brevemente ricostruito sulla base dei miei appunti universitari del Corso di Glottologia e che mi è tornato in mente – riappassionandomi – alla lettura, già delle prime pagine, del libro di Roberto Vecchioni L’orso bianco era nero che – come più volte specifica - non vuole essere una lezione di linguistica, ma un saggio divulgativo sulla storia e la leggenda delle parole. Una ricostruzione seria, anche filosofica, storica e antropologica, oltre che filologica, scritta in un linguaggio semplice, a tratti colloquiale. Pare di sentirne voce ed espressioni. Un’operazione intelligente, che avvicina anche nella grafica i profani della materia. Anche per lui, in maniera più seria e strutturata della mia, si è trattato di mettere in ordine una serie di appunti, scritti, citazioni, riflessioni…alcuni persino riportati in stampa come erano stati scritti: a penna.
Il titolo è molto intrigante, tra linguistica e filosofia, è infatti la citazione della storiella dei quattro Sofisti che escono dallo zoo:
Il primo: “Hai visto quell’orso bianco?”
Il secondo: “Come fai a dirlo, dall’altra parte potrebbe essere nero”.
Il terzo: “Non era un orso, ma una roccia a forma di orso”.
Il quarto: “Non siamo stati allo zoo!”
Roberto Vecchioni è un poeta, un grande cantautore, ma è soprattutto un Professore e uno studioso di Greco e Latino e dell’etimologia, dell’evoluzione, dell’uso, in ogni sua forma, della nostra meravigliosa lingua. Il suo substrato, potremmo azzardare, è quello dell’appassionato delle parole, in grado di comprenderle, plasmarle e usarle in diverse combinazioni e generi: in poesia, in musica, in letteratura, in aneddotica e racconto. In comunicazione. Con un risultato sempre eccellente. Perché, come diceva Aristotele: “l’anima è nella voce”.
Grazia Napoli