Dinamite. O dell’esplosione dell’umano e del senso di comunità

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Lo scrive Henri Bergson, tra i più grandi filosofi europei, insignito del Nobel per la letteratura, in una delle sue chiare creature, ormai 125 anni fa, Il riso. Saggio sul significato del comico: «Non potremmo apprezzare il comico se ci sentissimo isolati. Sembra che il riso abbia bisogno di una eco. Ascoltatelo bene, non è un suono articolato, netto, è qualcosa che vorrebbe prolungarsi ripercuotendosi, a poco a poco. Qualcosa che inizia con uno scoppio per continuare con un rimbombo o come il tuono in montagna».

Come la dinamite.

Una esplosione che si insedia in un luogo, di persone, di parole, di pensieri e che lascia sentimenti contrastanti in chi vi partecipa. Ma che accomuna gli stessi ignari (?!) astanti in un criterio di appartenenza a un gruppo. Piccolo o grande che sia.

«Il nostro riso è sempre il riso di un gruppo. Per comprendere il riso, bisogna collocarlo nel suo ambiente naturale, che è la società; bisogna soprattutto determinarne la funzione utile che è una funzione sociale. Il riso deve rispondere a certe esigenze della vita in comune e avere un significato sociale. Che cosa significa il riso? Che cosa c’è al fondo del risibile? Che cosa hanno in comune la smorfia di un pagliaccio, un gioco di parole, un qui pro quo, la scena di una commedia raffinata?».

Dissertazioni che hanno interrogato, e continuano a farlo, intellettuali, poeti e pensatori. Quel fragore che accompagna l’espressione di gesti e mimica che si correla, crea una dipendenza circolare da una tensione crescente. Teatrale quanto vitale. E per la stessa ragione, umana. Mossa dal prisma bizzarro e libero dei tratti distintivi del singolo, nei contesti.

«Non vi è comicità al di fuori di ciò che è propriamente umano. Scorgiamo innanzitutto qualcosa di vivente e per quanto sia leggera, la tratteremo con il rispetto che si deve alla vita. Ci limiteremo a guardarla crescere e sbocciare. Di forma in forma, per gradi impercettibili, compirà sotto i nostri occhi numerose singolari metamorfosi».

Il portato esperienziale che è custodito nella memoria è valido se la superficie su cui atterra è fredda e solo all’apparenza respingente, potremmo dire. Ma se il piano è solido abbastanza, allora lo sbocciare vivifico di quella realizzazione personale, trova supporto e non affonda nella radice del sentimento, sua nemica giurata.

«Sembra che il comico possa produrre il suo effetto solo a condizione di cadere sulla superficie di un’anima molto calma e uniforme. L’indifferenza è il suo ambiente naturale. Il maggior nemico del riso è l’emozione».

In un ideale effetto moltiplicatore, il paradosso della deflagrazione si compie, accade in una sosta. In un attimo di sospensione che è più squisitamente sublimazione della logica. Questa disciplina lo rafforza e lo restituisce all’esigenza del tempo che non vuole protagonista il coraggio. E che mette il cuore in pausa e restituisce la sua materia al laboratorio degli uomini.

«Il comico esige per produrre tutto il suo effetto, qualcosa che somigli a una anestesia momentanea del cuore. Si rivolge alla pura intelligenza, ma questa intelligenza deve rimanere in rapporto con altre intelligenze».

Virginia Cortese

 

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