Pietre.

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Pietre.

Stanchi lontani giorni

il sesso accessorio all’amicizia

i luoghi del ritiro

e l’abbandono 

– l’onice il crisoprasio –

– il diaspro sanguigno – 

l’armonia prestabilita

e l’ars combinatoria

nel rantolo della Pizia

nell’occhio di gatto

pietrificarono in substrato

– l’opale l’ametista –

ma scarniscono me stesso ancora.

Sono lame sono schegge

sono scisto

io l’ho visto

mesmerizzato

e segno la fogliata via di Lilla

percorsa come per intero

dall’Antiterra prima di Pitagora

– nudo ferito tremante –

fino all’orologio della Gare d’Orsay.

Rivolto

a disambiguare chi sono

– l’agata di fuoco l’eliodoro –

ancòra tra Alessandria e Megara

e antinomie di magma

mi illudo l’ultima volta ora

nella mia téchné.

La foresta fondale ora tace

tra il buio e l’aspidistra

l’inverno freddo si annuncia

è un opale

sulla mia spalla sinistra.

 

 

Daniele Stratocumuliã

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