Abbiamo già detto altrove che un libro è anche un oggetto. Come un oggetto, viepiù siccome oggetto dal contenuto sconosciuto all’origine, spesso lo compriamo attratti verso di esso da chissàcché.
Può essere un titolo particolarmente fortunato, un colore, una immagine di copertina, la qualità della stampa, il profumo o la testura della carta. Quante gioie ci ha regalato e continuamente ci regala l’acquisto impulsivo di un libro!
Chi non ne possiede, tra i propri pochi o molti volumi, di libri comprati perché “belli”? Come faccio a non pensare, restringendo il campo forzosamente a pochi esempi, fuggendo dalle produzioni di élite e gioiosamente rimanendo nel campo dei tascabili, a come risultarono felici, per me, gli incontri con i colorati volumi della collana dei Coriandoli di Garzanti, che mi regalarono, tra gli altri, il Saggio sul juke-box di Peter Handke o il Principi di saggezza e di follia di Clément Rosset, o con quelli stretti e alti delle edizioni Iperborea, dalla copertina rigata al tatto, grazie ai quali si conosce la letteratura nordica e a me arrivò la penna, tra gli altri, di Lars Gustafsson di Il pomeriggio di un piastrellista, o le superbe edizioni SE, nelle quali custodisco in cofanetto cartonato Il profeta e Il giardino del profeta di Kahlil Gibran? Che dire di quelle che amo su tutte, le superbe edizioni Guanda degli anni ’80, grazie alle quali, nel mentre potevo attingere l’ineffabile Julio Cortàzar di Tanto amore per Glenda, potevo avvicinarmi ad epopee inverse e insospettabili del Monsieur Songe di Robert Pinget o de La stanza da bagno di Jean-Philippe Toussaint, non potendo mancare di menzionare un volume che acquistai per quanto era bello e - unico - non lessi mai, o forse non ancora, di Robert Coover, il cui titolo già felice, Un campione in tutte le arti, veniva ancora più impreziosito da una fascetta pubblicitaria posta dall’editore che gridava: “Il nuovo romanzo dell’autore di Sculacciando la cameriera”? Mi capita tra le mani un volume, Lorenzo Baldacchini, Aspettando il frontespizio, Edizioni Sylvestre Bonnard, 2004. Baldacchini, già docente di Biblioteconomia e bibliologia all’Università di Bologna, in una novantina di pagine, evidentemente di taglio scientifico e non divulgativo, propone alcune note su come si presentassero, per semplificare, i libri antichi, i primi libri. Già fin dal passaggio dal manoscritto all’incunabolo, i volumi si presentavano innanzitutto anonimi. Nessun elemento esterno forniva indicazione sul loro contenuto. Non ve ne era, del resto, sulle prime, un grosso bisogno, dato che sia i primi che i secondi venivano, per lo più, o confezionati direttamente dai consumatori, diremmo così, o prodotti da terzi sulla loro committenza diretta. Una sorta di print on demand ante litteram, potremmo dire, che escludeva le immediate necessità di mostrare allo sguardo indizi sul contenuto del volume.Tale condizione portava con sé anche la conseguenza di non avere, all’epoca, per tali prodotti, né problemi di immagazzinamento, né problemi di pubblicizzazione. Prodotti com’erano, ma questa è forse una annotazione più raffinata, spesso non poteva porsi, nei termini entro i quali la intenderemmo oggi, la questione della differenza tra originale e copia della medesima opera. Nudi o silenti fuori, i libri cominciavano quindi, per lo più, direttamente con il testo. Baldacchini ripercorre, sul punto, anche i salienti passaggi che diedero forma dal nulla a quello che poi venne definendosi come incipit. Incipit e titolo autonomo dell’opera erano a loro volta entità distinte. Nei primi tempi dell’affermarsi dell’entità libro, non v’era corrispondenza biunivoca tra titolo di un’opera e opera. Gli utilizzatori finali, difatti, conobbero un discreto periodo durante il quale potevano intitolarsi liberamente l’opera che si facevano realizzare. Ben poteva darsi, dunque, che alla medesima opera corrispondessero, nelle varie stampe o copie, intitolazioni differenti o, per via reciproca, che un particolare titolo venisse affidato, per avventura, a scritti diversi. Il frontespizio, che presto venne a contenere le informazioni più importanti circa l’opera, dal titolo riconosciuto all’autore alle informazioni di stampa, prese questa definizione dalla terminologia architettonica: si volle quindi sottolineare che tutte le informazioni ivi contenute precedessero il testo vero e proprio, non facendo di esso parte, ma costituendosi come una porta medioevale che menasse dentro la cittadina dello scritto. Questa porta, nel tempo, era destinato che si arricchisse di sempre maggiori elementi, inclusi quelli che oggi definiremmo oltre che informativi, anche ornamentali e finanche pubblicitari. Solo con l’attestarsi su un certo quantitativo della produzione libraria, furono proprio anche i tipografi o gli stampatori a preoccuparsi di una certa standardizzazione degli elementi identificativi e poi anche informativi del contenuto del volume. Al crescere della domanda ed al diffondersi del mercato librario, alle sue origini - cosa della quale pure abbiamo già dato riferimenti da queste colonne in altri sempre modesti articoli -, si conobbe difatti la definitiva soluzione del rapporto diretto tra produttore e destinatario acquirente del libro. La storia del libro come oggi lo conosciamo, si potrebbe dire per i più piccoli o per i frettolosi, è bene segnata dalla storia del frontespizio. Continuando su quelle che per noi semplici curiosi, quasi appassionati possono presentarsi come simpatiche stranezze, si apprenderà per esempio che spesso negli incunaboli e per tutto il Quattrocento, si trovavano pagine bianche non solo alle estremità, ma anche all’interno dei volumi. Queste, da non confondersi con le carte bianche di guardia al volume stesso, che sopravvivono anche in epoca moderna, potevano allora costituire il punto di congiunzione del lavoro di due o più persone, nella fase della composizione del testo o della stampa. Così anche si scopre come mai talvolta si trovasse il titolo finale del libro sul recto dell’ultima carta, ciò specie in libricini di poche pagine. Probabilmente, magari anche a fini di conservazione e precedendo quelle che poi nei secoli sarebbero diventate le informazioni riprodotte anche sul dorso del libro moderno, quella carta così confezionata ben poteva girare intorno al libro fino a trovarsi, racchiudendolo, collocata all’inizio. Comunemente, infine, il colophon viene definito come la formula con la quale si conclude sia un manoscritto che un libro a stampa. Oggi esso prevalentemente contiene le informazioni sul tempo e sul luogo della stampa del volume, e che Baldacchini celebra come il luogo dell’orgoglio degli stampatori, che lasciavano invece all’inizio del libro spazio agli onori dell’editore e dell’autore. Colophon è il nome di una città greca fondata nel decimo secolo avanti Cristo, e per i greci era sinonimo di cima, di sommità. Ovviamente parliamo della Grecia culla della nostra civiltà, portata a simbolo dai produttori di libri, ben prima che gli attuali biechi ed oscuri inchiostratori di carta moneta a debito la riducessero a ciò di cui non si può più dire neanche nei cinegiornali.
Rocco Infantino