
Come dice Oscar Wilde, spesso…“La maschera ci dice più di un volto”
E se nell’intento ancestrale la funzione della maschera è di trasfondere nell’uomo l’essere “soprannaturale”, per estensione, questa avrebbe in sé la potenzialità innata di rivelare nuove identità. Abbiamo tanti buoni motivi per nasconderci: lo facciamo per vergogna, per senso di colpa, per timidezza, per pudore, per rabbia, per vendetta, per provocazione, per celare un vuoto, forse anche per poter vivere senza inibizioni sicuri di non essere scoperti. Alla fine probabilmente ci si nasconde nella speranza inconscia di essere cercati. La maschera oggi è un modo per celare la propria identità ,per calarsi in quella di un altro. La storia dell’arte ci aiuta a comprendere il fenomeno e la sua evoluzione. Anticamente ,infatti, il concetto di maschera era associato a quello di uscita da sé. Nei riti dionisiaci dell’antica Grecia, l’uso delle maschere simboleggiava proprio l’uscita dal proprio Ego per divenire Altro e unirsi alla divinità di Dioniso. La maschera rappresentava dunque il tramite tra uomini e Dei ma nel corso della storia la maschera si fa oggetto, quindi, di una costante esplorazione artistica e il tema del camuffamento non può certo lasciare in disparte la figura dell’artista, come esploratore dell’animo umano, per eccellenza.

Nel Rinascimento assume un significato legato al rapporto con il teatro, come nell’Opera di Francesco Furini del 1626 “Poesia e Pittura” o sulle tombe medicee di Michelangelo e nei quadri dei manieristi. Nasce, anche, in questo periodo, con Carlo Goldoni, la Commedia dell’Arte che della maschera fa il centro del suo corpus di opere teatrali. Ciò che ha interessato artisti come Picasso, ma anche Cezanne o Juan Gris, sono state le maschere e la tipologia di soggetti da esse rappresentate. Picasso ha dipinto numerosissimi Arlecchini, mentre Mirò attraverso la simbologia carnevalesca ha costruito una riflessione profonda sull'uomo. In Picasso, la ricerca dell’unità e dell’universalità trova una risposta nell’ archetipo originario, traendo spunto dalle maschere africane che cominciano a circolare in Europa in quel periodo, verso la riscoperta della culla primordiale dell’uomo e della sua anima. È con la rivoluzione freudiana, tuttavia, che la maschera diviene qualcosa di diverso: l’artificio che cela e rivela al tempo stesso la verità umana, rappresentata dall’inconscio. Da qui in poi, anche attraverso il contributo significativo di Nietsche, emerge, prendendo le mosse da questa presunta dicotomia, una forma di coscienza che diviene ricerca ed oscilla, nei vari movimenti artistici che nascono, tra il disincanto della separazione e la volontà spasmodica di ricomporsi in unità. I manichini metafisici di De Chirico sono l’espressione muta dell’uomo-automa contemporaneo.

Le opere surrealistiche che giocano sulla forma, ribaltano reale ed irreale. Nel corpus di opere grafiche di Alfred Kubin la maschera diviene emblema della dimensione nascosta e parallela al reale, che si manifesta attraverso i sogni. In tutta l’arte moderna la maschera è simbolo della ricerca dell’identità. E diventa denuncia per la contemporanea Cindy Sherman. Tra gli artisti più influenti di questo tempo la Sherman sin dagli anni ’70 inventa personaggi e tableaux che esaminano la costruzione di identità, la natura della rappresentazione, l’artificio della fotografia. Prestando se stessa al mascheramento e indugiando sovente nel grottesco, la grande fotografa denuda questo tempo, indaga sulla rappresentazione della femminilità e del corpo, dei disastri, della sessualità, del mito, del fantastico e del carnevale.
Serena Gervasio