Che cosa resta di noi quando tutto cambia? Questa domanda, che abita il cuore della filosofia fin dalle sue origini, non riguarda solo il passare del tempo, ma la natura stessa di ciò che ci sostiene. Se l'esperienza umana è un flusso ininterrotto di mutamenti fisici, psichici e tecnologici, deve esistere, o così abbiamo creduto per millenni, un "substrato" che garantisca la nostra permanenza. Nell'attuale scenario post-umanista, tuttavia, questo concetto sta subendo una trasformazione radicale: da pilastro metafisico della sostanza a variabile tecnica dell'algoritmo. L'obiettivo di questa riflessione è dimostrare che l'attuale tendenza a considerare il substrato come un supporto intercambiabile mette a rischio l'essenza stessa dell'identità umana.
L'indagine deve muovere necessariamente dal concetto greco di hypokeimenon, termine introdotto da Aristotele per designare "ciò che giace sotto". Nella metafisica classica, il substrato è la condizione di possibilità del divenire: affinché una proprietà muti (la foglia che da verde si fa gialla), deve sussistere un soggetto permanente che sostenga tale transizione. Senza questo supporto, la realtà si risolverebbe in una successione di istanti slegati, rendendo impossibile la stessa nozione di identità. La modernità ha tuttavia incrinato questa certezza: da Locke a Hume, il substrato è stato spogliato della sua oggettività, fino a essere ridotto a un "non so che" inafferrabile o a un semplice fascio di percezioni prive di un centro solido.
Oggi, la questione del substrato si ripropone con forza nel dibattito sulla filosofia della mente. La dottrina del funzionalismo suggerisce che la nostra coscienza non sia legata indissolubilmente al substrato biologico, la "carne", ma risieda nell'organizzazione logica delle informazioni. Secondo questa visione, il cervello sarebbe l'hardware e la mente il software; ne consegue che, in linea teorica, l'essenza dell'individuo potrebbe sopravvivere anche migrando su un substrato digitale, come il silicio. Questa "indifferenza al supporto" promette una sorta di eternità algoritmica, ma solleva un'obiezione cruciale: può un'identità svincolata dalla finitudine del corpo restare autenticamente umana? È necessario, infatti, considerare che il corpo non è un semplice contenitore, ma il substrato senziente che conferisce spessore emotivo e storico alla nostra esistenza. Se il substrato diventa fluido e sostituibile, l'identità rischia di trasformarsi in un simulacro. La pretesa di "salvare" l'umano trasferendolo su un supporto digitale ignora che la nostra coscienza è strutturalmente legata alla vulnerabilità e alla temporalità della materia organica.
Dunque, alla domanda "cosa resta di noi quando tutto cambia?", la filosofia oggi risponde con un monito: non può esserci permanenza senza radicamento. Sebbene la logica computazionale offra scenari affascinanti, la rimozione del vincolo col substrato biologico rischia di alienare il soggetto dalla sua stessa storicità. Il compito del pensiero contemporaneo non è dunque quello di inseguire un’identità senza peso, ma di riscoprire il valore della nostra base materiale come luogo irriducibile della verità e del senso.
Concetta Vaglio