Dove finiscono i volti. Elogio della Distanza (?)

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Ma come, Amore? Mi sei stato lontano così poco e non sai più baciare?
Goethe

 

Se Dante avesse avuto a disposizione WhatsApp avrebbe davvero scritto cento canti per celebrare il suo amore per Beatrice? Forse no e per fortuna il digitale ha lasciato che ci godessimo, anche se per poco, parole soavi e amori puri. Non possiamo però negare che negli ultimi anni anche la corrispondenza di amorosi sensi ha subito notevoli cambiamenti, soprattutto dopo l’avvento “dell’Internet” che ha rivoluzionato ogni aspetto della nostra vita. La tecno-logia si evolve e con lei mezzi e modi di comunicazione. Eravamo terrorizzati anche dopo l’introduzione degli sms che hanno causato l’avvento di quella scrittura stilizzata tanto odiata dagli amanti della ‘lingua del sì’, come la definiva Dante del De vulgari eloquentia, che però non ha comportato sostanziali danni alla nostra comunicazione. Un fattore positivo davvero innegabile è che oggi internet ha quasi annullato le distanze tra le persone. Ma è davvero così?

In una meravigliosa intervista Bauman dichiara che “Il mercato ha fiutato nel nostro bisogno disperato di amore l’opportunità di enormi profitti. E ci alletta con la promessa di poter avere tutto senza fatica: soddisfazione senza lavoro, guadagno senza sacrificio, risultati senza sforzo, conoscenza senza un processo di apprendimento. L’amore richiede tempo ed energia. Ma oggi ascoltare chi amiamo, dedicare il nostro tempo ad aiutare l’altro nei momenti difficili, andare incontro ai suoi bisogni e desideri più che ai nostri, è diventato superfluo: comprare regali in un negozio è più che sufficiente a ricompensare la nostra mancanza di compassione, amicizia e attenzione. Ma possiamo comprare tutto, non l’amore. Non troveremo l’amore in un negozio. L’amore è una fabbrica che lavora senza sosta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana”. In questo scenario liquido, dall’annullare le distanze, l’internet si è dimostrato demolitore di emozioni e responsabilità. Quando è successo tutto questo? Sembra che tutto si sia modificato sotto i nostri occhi e inconsapevolmente siamo stati inghiotti dal Black Mirror.

Lèvinas cercando di ridefinire l’identità del soggetto attraverso il ripensamento del Logos greco scrive: “Quando mi riferisco al volto, non intendo solo il colore degli occhi, la forma del naso, il rossore delle labbra. Fermandomi qui io contemplo ancora soltanto dei dati; ma anche una sedia è fatta di dati. La vera natura del volto, il suo segreto sta altrove: nella domanda che mi rivolge, domanda che è al contempo una richiesta di aiuto e una minaccia”. Oltre a una relazione diretta con l’altro nel vis a vis della prossimità, esiste una relazione più indiretta e mediata, che non passa necessariamente attraverso la vicinanza dell’incontro. È quello che Lévinas chiama “il terzo” e che in Altrimenti che essere definisce come “un altro rispetto al prossimo, ma anche un altro prossimo”. È qui che si pone l’esigenza di giustizia come istanza di colmare, nell’uguaglianza, la distanza che separa il prossimo dal lontano. Ed il prossimo è riconosciuto come persona e non mero corpo.

E cosa ha scatenato il digitale se non il dis-conoscimento del prossimo come persona? La relazione umana si è ridotta, oggi, a una relazione tra merci. Ognuno è per l’altro una merce: viviamo di fatto in un grande magazzino digitale. L’altro, nello schermo, è distante dal nostro corpo e quindi quasi evanescente, un puro bit.

D’altronde oggi il corpo è innanzitutto mezzo di produzione. Foucault parla di “popolazione” in riferimento alla biopolitica ma oggi abbiamo a che fare con uno sciame digitale, con una massa virtuale che, distante, non più massa canettiana, va controllata e governata. Si vive nell’illusione di essere liberi proprio perché distanti, sviscerati ed enucleati, ma non lo siamo affatto: la comunicazione, che si presenta come libertà, si rovescia in controllo.

Con lo smartphone ci portiamo dietro un terreno di lavoro. Esso ci promette la libertà, ma di fatto è diventato un campo di lavoro, un confessionale e uno strumento di sorveglianza. Il tratto peculiare del contemporaneo campo di lavoro è che siamo al tempo stesso detenuti e sorveglianti. Non siamo soltanto servi, piuttosto, hegelianamente siamo insieme servi e padroni.

Han analizza le degenerazioni delle relazioni umane nell’epoca della trasparenza e invoca un ritorno a quel pathos della distanza, a quel riguardo rispettoso verso l’altro che sembra sparire sempre più, minando in primo luogo il legame erotico, di cui ha rilevato l’“agonia”. La comunicazione digitale annulla la distanza. A detta di Han, l’assenza di distanza ha in sé qualcosa di pornografico: determina la sparizione di quella “distanza originaria” che per Martin Buber è il “principio dell’essere umano” stesso. Senza questa distanza originaria, l’altro degrada a oggetto. Buber direbbe che il Tu diventa un Es. Dobbiamo restituire all’altro questa distanza, anzi la sua alterità. Ciò sarebbe possibile all’interno di una forma di vita completamente diversa, che non sia dominata dalla produzione e dal capitale. Le soluzioni non sono di grande aiuto, perché avremmo bisogno di tutta un’altra condizione d’essere.

Ed oggi l’Essere, come d’altronde il pensiero critico, è precario!

Consigli per la lettura

  • Byung-Chul Han, La società della trasparenza, Nottetempo, 2014.

Serie tv consigliata

  • Black Mirror (2011)

Concetta Vaglio

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