Erano da pochi minuti passate le nove di sera, un tramonto insistito faceva coraggio a un buio bambino attorno al palco e lungo le linee morbide dei volumi soprastanti la cavea dell’Auditorium, l'aria era ancora calda, un aereo lentamente tagliava lo spicchio di cielo, Francesco saliva sul palco dopo i suoi orchestrali e intonava Lettera da un cosmodromo messicano. Ricordo d'aver letto in un sito non ufficiale a lui dedicato che pare la consideri, questa canzone, una canzone fantascientifica e che la fantascienza - oh, questo si sa - sia a sua volta da considerarsi una scienza che si occupa soprattutto del passato.
Partiva così un concerto molto particolare di Francesco de Gregori, il 15 luglio 2015 al Parco della Musica a Roma, che sarebbe durato due ore e più e lo avrebbe richiamato più volte sul palco, dopo che una simmetrica citazione messicana, Sotto le stelle del Messico a trapanàr, per sua stessa annotazione, avrebbe dovuto concludere lo spettacolo. A fare il punto esatto sul futuro si è quindi riusciti partendo da un inventario minimo del passato, con una serie di titoli che arrivavano fino a Niente da capire o a Rimmel, che lambivano confini anche problematici della sua produzione, come Finestre rotte, che si spingevano però anche testardamente nella moderna contemporanea frammentazione dissoluzione di ogni possibile orizzonte condiviso, con La testa nel secchio, con Il panorama di Betlemme. A descrivere il paesaggio di delicate esperienze individuali o di dure prospettive collettive, l'uomo che ama e la società che ammazza e che tradisce, è però un Principe vivo, visibilmente contento di trovarsi lì, sensibilmente in armonia, pacata, matura armonia con il suo pubblico, che offre riletture molto suggestive di ogni sua canzone. Serata particolare dal tono personale, se può dirsi così, dove Francesco chiama sul palco Luigi Grechi, proprio quel fratello, bibliotecario come il padre, che da ragazzo lo aveva spinto verso un diverso destino, verso la musica, ad una distanza di sicurezza appena percepibile dalla letteratura e dalla poesia. Lo chiama per intonare con lui Il bandito e il campione, compuntamente presentandolo solo come l'autore della canzone, prima, e poi la bellissima quanto scarna, essenziale e anarchica Senza regole. De Gregori si sente come l'ospite ad una festa e vorrebbe presentare tutti a tutti: così trova il modo di sottolineare la “splendida voce” della corista nonché violinista Elena Cirillo; così evoca il bassista arrangiatore, compagno di mille avventure musicali, Guido Guglielminetti,“l'uomo che tutto il mondo ci invidia”. De Gregori ha ancora il modo di chiamare sul palco Ambrogio Sparagna, il musicologo fisarmonicista, che ballerà lungo tutto il palco per diversi brani. E dopo il set di pezzi che terminerebbe esattamente a un'ora e mezza dall'inizio del concerto, si aprono i ripetuti bis, lui e la band vengono richiamati fuori più volte, mentre il pubblico delle prime file è in piedi a ridosso del palco e l luci della cavea sono tutte accese, perché tanto non si è più in grado di capire chi stia cantando con chi. Ma, tanto, non c'è niente da capire. Francesco de Gregori nella notte romana, e questo prendetelo a piacimento come un appunto di colore o una ruvida nota politica, lo sento cantare finalmente liberato dalle architetture pure coinvolgenti della sua poetica, liberato dal ruolo nel quale per decenni, forse suo malgrado, molti l'hanno relegato. È, de Gregori, sospeso a mezz'aria con la sua chitarra e la sua voce, come il Viandante di Vicebsk, come l'innamorato di tante tele di Chagall. Sceglie di continuare a cantare il bello ed il brutto del mondo, scandagliando lo come lui sa fare, per una volta non in battere, ma in levare.
Rocco Infantino