Rocco Papaleo a Potenza nel corso della presentazione de Il bene comune
“Il Bene Comune”, il nuovo film dell’attore lucano Rocco Papaleo, che ne firma la regia e profila una straordinaria perfomance da protagonista, con Teresa Saponangelo, Claudia Pandolfi, Vanessa Scalera e Andrea Fuorto, è un quadro lirico e raffinato, in cui realismo magico e struttura arcaica si fondono in una danza antica e senza tempo.
Una trama in cui il substrato di sentimenti, nostalgie, rivincite e autodeterminazione innalzano la riflessione all’interno del proprio sentire, in un pellegrinaggio laico (come lo stesso Papaleo, che abbiamo incontrato e ascoltato, ama definire), in cui si incontrano case dell’anima e viaggi, radici e cura, dimensione onirica e strati di realtà.
Una struttura che propone una lettura inedita dell’umanità e della reazione ai disegni del destino.
Drammi, risalite e scelte, in un metateatro che ha il sottofondo di una strategia di jazz e di stelle polari.
Che cosa abita “Il bene Comune”?
«Sicuramente una solidarietà, una compartecipazione e un senso di comunità che è quello che, secondo me, oggi comincia un po’ a vacillare. Io sono un uomo di paese, mi ricordo la mia infanzia; ci sentivamo comunità, a Lauria (PZ) c’era comprensione tra tutti. Certo, una risposta più profonda e consapevole potrebbe arrivare da un antropologo; io sono un povero artista, che cerca di mettere in campo una carezza per il pubblico, un misto di umorismo e poesia, che è quello che cerco di divulgare, un entertainment»!
Quindi, il bene comune cos’è?
«Il bene comune è un’ambizione molto forte, almeno nella mia visione della società. L’uguaglianza è un’utopia forse irraggiungibile, ma mi interessa che nessun essere umano viva sotto la soglia del necessario».
Guardando il film si ha l’impressione che all’interno vi sia molta voglia di parole, di relazione e di identità. A livello umano, quanto l’ha cambiata questo lavoro?
«Questo non lo so dire attualmente, magari potremmo vedere alla fine, a bocce ferme, come si suole dire, allora rifletterò un po’ su quello che mi ha lasciato. Per il momento, posso affermare che noi cast, e non mi riferisco solo agli attori, parlo proprio di tutta la “comitiva” che ha partecipato alla realizzazione del film, abbiamo fatto lo stesso “percorso” dei personaggi del film e, tra di noi, si è creato un rapporto molto bello. (…) È il film migliore che abbia fatto, come spero che il migliore sia il prossimo o meglio ancora quello dopo, cioè spero di farne ancora, ma oggi mi reputo soddisfatto di aver raggiunto il tono di questo film, quello che mi corrisponde più di tutti».
La storia, lo spazio e la cornice.
«Stiamo parlando di Basilicata e Calabria, del Parco del Pollino, è una bellissima idea di comunione tra due regioni con elementi che appartengono a tutte e due le terre. Sono posti incantevoli, straordinari e anche poco visti; per me, è un’opportunità girare le mie storie da queste parti, perché si può contare sulla storia che deve essere attraente ed empatica, ma posso far leva anche su luoghi che non sono stati esplorati e che inevitabilmente conferiscono maggiore originalità al film. La Basilicata è perfetta perché ospita questa tipologia di albero che si può innalzare a totem, a esempio di resilienza, di resistenza in condizioni estreme e, dunque, era ideale per organizzare un movimento sia geografico che esistenziale».
Qual è il ruolo del cinema, in tal senso?
«Il cinema difficilmente fa la cartolina, non è propriamente come un programma televisivo; il cinema racconta le storie e le storie fanno entrare lo sfondo nelle anime delle persone, in modo più semplice, più inconsapevole e quindi più efficace».
Virginia Cortese