
Siamo sedute al tavolino del jazz club Potenza, nella sede del Circolo culturale Gocce d’autore. Sembriamo amiche di vecchia data. Invece incontro per la prima volta Barbara Casini, la più grande interprete di musica brasiliana in Italia.
Merito della sua semplicità e dei suoi sorrisi. Mi racconta di come è nata la sua passione per quel genere musicale, di come ha cominciato e delle sue prestigiose collaborazioni.
E’ un incanto ascoltarla, soprattutto quando mi racconta del suo viaggio in Brasile alla ricerca dei grandi compositori e delle loro famiglie che le hanno spalancato le porte di casa per accogliere lei e la sua grande curiosità. Capisco immediatamente la sua sostanza, comprendo il suo approccio umile alla musica e mi affascina la sua passione per questo mondo colorato. Prima del concerto che ha tenuto lo scorso 21 aprile a Potenza, abbiamo paralo anche del suo libro Se tutto è musica, un dialogo con 18 compositori brasiliani, un progetto ampio e ambizioso che riunisce in una pubblicazione la variegata cultura d’oltreoceano. E così, a due ore dal concerto, chiacchieriamo placidamente di passioni, di musica e di progetti.
Come nasce la tua passione per la musica brasiliana?
Nasce da adolescente, quando un amico più grande di me mi fece ascoltare dei dischi di bossanova. Fu quindi un innamoramento precoce di questa musica, anche se in realtà già ascoltavo jazz con mio padre. Ma la musica brasiliana mi ha stregata subito.
Hai cominciato a far musica da autodidatta. Qual è stato il tuo percorso?
Ho imparato tutto da sola. Ho seguito qualche lezione di piano da bambina che mi ha fatto essere in grado di leggere la musica da grande, ma la chitarra ho imparato a suonarla da sola, anche il canto, cantavo sin da piccola. Probabilmente ho una musicalità tutta mia! Ero curiosa, cercavo, ascoltavo la musica, ho un buon orecchio musicale che mi ha permesso di riprodurre ciò che ascoltavo. Poi ho incontrato bravi musicisti ed ho cominciato a studiare bene. Con il canto ho fatto una bella gavetta che mi ha dato la sicurezza di affrontare qualunque situazioni. E’ certo che se avessi studiato sin da subito molte tappe le avrei consumate più alla svelta, la mia maturazione è stata più lenta.
Una passione che ti ha portato in Brasile. Cos’è che ti ha affascinato così tanto da farla diventare il tuo genere?
La musica brasiliana ha delle caratteristiche particolari come musica popolare nel senso non di folkloristico ma di canzoni che canta la gente. Aveva una grande ricchezza dal punto di vista ritmico, armonico, melodico e anche poetico. Ci sono dei testi bellissimi, c’è un grande rispetto per il compositore di canzoni e colui che compone i testi poetici è considerato alla stessa stregua del compositore musicale. Questa mescolanza parole e musica è fondamentale, a me sembra che abbia una ricchezza superiore e una varietà incredibile rispetto alla musica del mondo.

Ai compositori e alla musica brasiliana hai dedicato un libro che si intitola “Se tutto è musica”. Una passeggiata accanto ai grandi della musica brasiliana e ciascuno di loro, ben 18, ti ha raccontato il loro modo di intendere la musica. Cosa hai raccolto da ciascuno di loro, c’è un filo conduttore che unisce il loro modo di operare?
Il filo conduttore è il loro vivere per la musica. Sono persone che vivono di musica e per la musica e la musica per loro non smette mai. E poi il fare musica nel senso di atto creativo, persone anche di una certa età che non smettono mai di cercare le note, le armonie, una direzione. Non solo. La loro vita è piena della musica degli altri. Il loro amore per la musica spazia per le musiche del mondo, amano la musica dei loro colleghi, la musica classica, l’opera lirica italiana, nutrono un amore sincero per tutta la musica. E’ qualcosa che non finisce mai. Ci sono invece tante differenze nel loro modo di scrivere, di concepire, nella loro preparazione: alcuni autodidatti, altri con una preparazione accademica molto approfondita. Tutti hanno comunque l’amore per la creazione musicale.
Qual è il tuo compositore preferito?
Se devo dare una preferenza dico Chico Buarque de Hollanda perché lui ha rappresentato un riferimento incredibile. Lo trovo fantastico come compositore, come romanziere, come pensatore. Trovo che sia un personaggio a tutto tondo, un vero intellettuale con grande conoscenza della letteratura, della musica. Lo trovo geniale da tanti punti di vista. Ce ne sono tanti altri, ognuno geniale a modo suo. Tutti loro hanno dato un contributo fondamentale.
Ci sarà un secondo volume?
Spero di si, lo farò su un argomento specifico. Lo farò sul Samba e a maggio andrò in Brasile per verificare per ritrovare i vecchi compositori ancora vivi, i giovani e chi ha studiato la storia del samba e vorrei farlo sempre come conversazione in cui le persone si lasciano andare al racconto di aneddoti. Fare un libro sulla storia del samba.
Come cantautrice, quanta porzione di cervello e quanta di anima metti nel comporre un testo?
Io parlo da compositrice molto saltuaria, nel senso che ho scritto in tutto una trentina di brani e rispetto ai grandi di cui ho parlato è davvero pochissimo. Il mio modo di procedere dipende dal tipo di percorso: se devo scrivere un testo su una melodia già pronta allora mi lascio portare dall’atmosfera che mi suggerisce. Credo che nella fase iniziale conti più l’anima, il sentimento, il desiderio di dire qualcosa. Poi c’è tanto cervello perché per fare incastrare le parole con la musica occorre un grande lavoro di cesello, che non è semplice, è un lavoro molto razionale. Non basta scrivere una bella poesia, perché può non funzionare bene con la musica, c’è quindi un lavoro successivo di ricerca della rima, del ritmo giusto.
Nel processo creativo cosa viene prima?
I primi tempi venivano insieme perché le parole mi suggerivano il suono. Ora mi capita più spesso di fare prima la musica e poi le parole.

Le tue collaborazioni vantano nomi di rilievo...
Innanzitutto parlare di Beppe Fornaroli, chitarrista straordinario, mio ex compagno, cui devo veramente tantissimo perché lui è stato una porta aperta su questo grande mondo meraviglioso. Poi il giovane Seby Burgio, pianista straordinario, con cui sono strafelice di suonare. I miei incontri fondamentali sono invece stati Stefano Bollani, con cui ho iniziato a suonare nel ’94, anni di grande sintonia e di grande crescita, oso dire anche per lui. E nell’ambito di questa collaborazione ho avvicinato Enrico Rava, infatti il mio primo disco porta una sua testimonianza sulla copertina perché quando uscì questo disco glielo feci ascoltare e lui mi disse che si era commosso ascoltandolo. Da allora abbiamo fatto dischi insieme come “Vento”, un evento perché era stato fatto con un’orchestra di archi e fiati e con Stefano Bollani. Rava mi ha fatto poi conoscere Paolo Silvestri, che è il mio compagno attuale, e con il quale sto collaborando da allora. Sono nate nel frattempo altre collaborazioni con Sandro Gibellini, Raffaello Parete e Francesco Petreni, i fratelli brasiliani Roberto e Eduardo Taufiq, Alessandro Lanzoni con cui abbiamo registrato un disco in duo e di cui stiamo aspettando l’uscita.
Quali sono i tuoi progetti immediati e futuri?
A parte il disco di cui ho appena parlato, sto mettendo su un repertorio di musica strumentale con alcuni brani cantati, insieme ad una flautista, Barbara Piperno, e ad un chitarrista brasiliano. E’ un’altra sfida perché è un genere musicale particolare. Sto anche lavorando ad un repertorio di folklore argentino. Poi con Paolo abbiamo concerti in programma con l’orchestra sinfonica e con la Big Band in Sardegna a giugno. E poi dal Brasile mi hanno chiesto di tradurre il libro.
Eva Bonitatibus