Cosa resta dopo un’esplosione? Ammassi di detriti che si depositano al suolo sotto cumuli di polveri. Strato dopo strato. E si forma un archivio, un deposito, una parte di paesaggio che svela ma non nasconde segni di vita. Una sorta di biblioteca della memoria in cui si affastellano storie, parole, lettere, linguaggi formando substrati di materia viva.
Un po' come La biblioteca di Babele di Jorge Luis Borges dove la conoscenza e la cultura si accumulano nel corso dei secoli, sopravvivendo all’uomo stesso. Una biblioteca infinita e perfettamente conservata, destinata a rimanere solitaria e segreta, testimonianza della nostra esistenza fragile e mortale. Ma l’uomo può davvero conoscere il mondo in cui vive, o la conoscenza è per sua natura impossibile? Sembra chiedersi il narratore di fronte all’infinito, labirintico e stratiforme spazio esagonale che si apre alla sua immaginifica visione.
Quegli strati di conoscenza danno vita a una nuova geografia, obbligano la luce a compiere nuovi percorsi, a farsi spazio tra gli interstizi, a danzare tra le macerie. Si distingue il suono del pizzicato di un contrabbasso, la folata di violini e violoncelli, il fiato di trombe e flauti. Le note della Danse Macabre op. 40 di Camille Saint-Saëns saltellano sui detriti dell’umanità chiusi in quei tomi, così come sui territori devastati dalle guerre.
Cosa resta dopo una devastazione? Alla ricerca di elementi salvifici, di appigli di significato, abbiamo orientato le nostre riflessioni cercando di portare il nostro piccolo, piccolissimo contributo, al dibattito sulle conseguenze dei conflitti e su quanto sta accadendo al mondo.
La nostra non è una cronaca dei fatti che stanno investendo l’Europa e il resto del mondo, che pure merita la nostra attenzione, ma una lettura in filigrana di quanto sta accadendo all’umanità attraverso la lente della letteratura, dell’arte, dei linguaggi audiovisivi che sono la nostra lingua, il nostro orizzonte di riferimento, le parole che abbiamo deciso di abitare.
Come può l’individuo restare umano in un mondo che produce disumanità? È la domanda di fondo che Rocco Infantino, attraverso il suo articolo Majestic, nella rubrica Estratti, si pone e pone alle nostre e ai nostri lettori. Un quesito che sfoglia le pagine di Dostoevskij, Kerouac, Simenon alla ricerca di una risposta probabilmente rintracciata nel rapporto esistente tra individuo, società e violenza. Tre i libri presi in considerazione: Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, I sotterranei di Kerouac e I sotterranei del Majestic di Simenon. Cosa emerge? Che l’uomo è impotente e complice al tempo stesso di sistemi che producono guerra e disumanità, si muove in sottosuoli e mondi sociali che generano smarrimento e fratture. In questo scenario, in cui ogni gesto può provocare conseguenze nell’altro, può la poesia essere la consolatrice di tutti i mali?
L’interrogarsi è una forma di resistenza e Concetta Vaglio, autrice de L’Invisibile Fondamento: Metamorfosi del Substrato tra Metafisica e Algoritmo in Traiettorie, il nostro spazio di approfondimento tematico, si domanda cosa resti di noi quando tutto cambia. Un quesito che sposta l’attenzione su due grandi temi: la permanenza e il radicamento. L’idea, infatti, che il substrato garantisca continuità all’identità è oggi messa in crisi dal funzionalismo e dalle tecnologie digitali: separare l’umano dal suo substrato biologico significa trasformarlo in un simulacro. Occorre dunque riconoscere il valore irriducibile della nostra base organica come fondamento di senso e verità.
D’altronde il rischio che la mente umana possa essere trasferita su un supporto tecnologico è forte. Il tema è affrontato da Vincenzo Pernetti in Un elaborato scritto a più mani, di cui 2 sicuramente umane in Tratte – Innovazione tecnologica. L’autore parte dalla tecnologia, dalla mind uploading, ossia la possibilità di trasferire la mente umana su un supporto digitale, più veloce, più stabile e non soggetto al decadimento del corpo. Tuttavia, di fronte al pericolo della dipendenza totale e della perdita di emotività, rigetta l’idea che l’uomo possa essere ridotto a mera informazione. L’umano non è un pattern informativo: è un essere radicato nella materia, nella vulnerabilità, nella finitezza.
Sul corpo come luogo di sedimenti, memorie e segni si sofferma Daniele Stratocumuli, che oggi per la prima volta ospitiamo nella nostra rivista. Per la rubrica dedicata alla poesia, Tratti, ha composto Pietre, un testo meta-poetico che utilizza la figura ontologica dei minerali per interrogare il proprio io, il proprio modo d’essere. Svela come il substrato dell’identità non sia un blocco compatto, ma un insieme di strati, fratture, pressioni, residui. Una poesia che attraversa luoghi che non sono geografici ma concettuali, che usa il mito come strumento di conoscenza, che non descrive il mondo ma lo scava. È un io che pensa, che non racconta sentimenti ma disorientamenti. E si rigenera.
Il linguaggio stesso è un derivato di strati di forme e di segni che, nell’accumularsi, hanno dato origine a nuove parole. Dai Sumeri ai Fenici, ai Greci e ai Latini, la lingua ha subito numerose trasformazioni fino ad arrivare a quella parlata oggi. Grazia Napoli, riprendendo in mano i suoi appunti universitari, fa un excursus dell’evoluzione della lingua italiana, sollecitata dal libro di Roberto Vecchioni L’Orso bianco era nero, storia e leggenda della parola, (Piemme Edizioni, 2025). In esso ricostruisce la storia e la leggenda delle parole in maniera divertente, mostrando tutta la sua passione per le parole.
Di esempi principi rigenerativi è piena l’arte contemporanea. Bruna Giordano in L’arte del substrato, articolo della rubrica Tratteggi, parla di artisti che hanno utilizzato materiali grezzi come elementi preparatori della tela. Fautrier, Dubuffet, Tàpies e, in Italia, Burri sono alcuni degli artisti che hanno dato vita all’Informale Materico nel secondo dopoguerra, per esprimere la frattura e il trauma della guerra. Nella loro arte i materiali non erano più solo strati, ma i veri soggetti dell’opera d’arte, una nuova possibilità espressiva resa efficace dalle nuove tecniche artistiche.
Dai substrati materici a quelli emotivi. Il nuovo film di Rocco Papaleo, Il Bene Comune è un concentrato di sentimento e radicamento, come quello che tiene i Pini loricati ancorati alle pareti rocciose del Monte Pollino. Intervistato da Virginia Cortese in occasione del lancio del film a Potenza, l’attore parla della sua opera come un intreccio di realismo magico, dimensione arcaica e sensibilità lirica. La trama si sviluppa come un pellegrinaggio laico, in cui sentimenti, nostalgie, radici e desiderio di autodeterminazione costituiscono il substrato emotivo e simbolico del racconto. Il film esplora case dell’anima, viaggi interiori, strati di realtà e momenti onirici, costruendo una riflessione sull’umanità e sulle risposte che ciascuno dà al destino.
Come quei Pini loricati, piegati dal vento ma ancora in piedi, imponenti e profumati, anche noi siamo chiamati a stare: non per resistere, ma per trarre nutrimento dalla linfa delle radici e trasformare la ferita in forma.
Eva Bonitatibus